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Ridendo e scherzando. Il business trend da 2 milioni di follower

Avete mai visto una vignetta in cui degli omini LEGO parlano tra di loro? Se la risposta è sì, godetevi questa intervista che spia dietro le quinte di Legolize, chiacchierando con uno dei fondatori, Mattia Marangon. Se invece è no, dovete assolutamente cercarli e iniziare a seguirli. Perché? Perché Legolize è la più grande community di vignette umoristiche con i LEGO. 3 ragazzi e quasi 2 milioni di follower tra Instagram, Facebook e TikTok.

 

 

Ciao Mattia. Sei molto attivo sui social. Quanto tempo dedichi a questa attività ogni giorno?

«La mia giornata lavorativa si divide in 3 parti: una per i contenuti organici di Legolize, una per l’attività di consulente e una per i miei contenuti personali».

 

C’è stato un momento preciso in cui hai deciso che saresti diventato un creator, oppure è nato tutto per caso?

«Con Legolize, all’inizio non volevamo fare business, ma realizzare un progetto creativo da vivere alla giornata, creando contenuti che ci piacessero. In generale, diventare content creator è una cosa che ti nasce da dentro, un’attitudine che, anche se non innata, devi sviluppare. Come? Iniziando a raccontarti».

 

In giro c’è ancora l’idea che fare il creator, sia più un divertimento che altro. E l’aspetto imprenditoriale?

«Per i primi 2-3 anni l’obiettivo iniziale non era quello. È la costante di molti progetti creativi che ho conosciuto. Poi, con il tempo e il crescere dei numeri, ti rendi conto che il tuo pubblico può interessare alle aziende».

 

Quindi possiamo dire che il business di un creator viene dopo la creazione di una community?

«Assolutamente sì! Noi abbiamo capito subito che allevare la community era la cosa più importante. Ma attenzione, se non hai un’idea creativa forte alla base, non raccoglierai nulla».

 

Una domanda impertinente. Legolize è un’impresa autonoma oppure lavorate ancora come freelance? Così diamo un consiglio a chi inizia come creator.

«Siamo partiti da freelance, ma già da due anni stiamo pensando di aprire una società, che tuteli al 100% la nostra attività. D’altra parte, però, riteniamo che a livello economico non ci convenga in questo momento. Vogliamo ancora fare validazione dell’idea e del mercato, per evitare di accollarci costi inutili e un peso mentale che tolga tempo al progetto creativo».

 

Che idea ti sei fatto della differenza tra gli imprenditori tradizionali e quelli delle nuove generazioni?

«In una parola: velocità. Le aziende tradizionali sono lente rispetto alla dinamicità richiesta dal mercato. Se penso alle nostre campagne paid, con le startup abbiamo risultati molto interessanti, mentre quando lavoriamo con grandi realtà, prima di partire, bisogna passare 100 gradi di approvazione, e a quel punto il contenuto è già vecchio».

 

Torniamo al business. Come si fa a monetizzare una pagina di community, con un brand divertente e vignette comiche, senza “sporcarla”?

«Quando realizziamo una campagna con l’azienda, puntiamo sempre a trovare il compromesso tra il nostro tono di voce e il prodotto da promuovere. All’inizio era più difficile, mentre oggi sono i brand a cercarci, per cui possiamo permetterci qualche paletto in più. E il nostro format di vignetta è diventato un meme per creare contenuti anche al di fuori dalla nostra pagina».

 

 

Il team Legolize è in smartworking da sempre, giusto? Ci racconti come fate?

«Me lo chiedo anch’io! (ride). Siamo di tre città diverse: Venezia, Torino e Catanzaro. Ci siamo conosciuti online, e ci siamo visti per la prima volta dopo due anni a un evento organizzato da te a Maratea, Heroes. Come si fa a lavorare a distanza? Grazie ai social, siamo connessi tutto il giorno, possiamo condividere le nostre vite anche “oltre” Legolize. E poi, avendo tante cose in ballo, ci sentiamo spesso in call pur essendo organizzati per lavorare in maniera asincrona».

 

Parliamo di social media. Senti la responsabilità nel pubblicare un contenuto che vedranno milioni di persone?

«Sì, ma fortunatamente abbiamo uno stile molto leggero, per cui anche quando pubblichiamo una scemenza che fa ridere, la gente sa con quale spirito lo facciamo! Purtroppo in Italia l’ironia è tradizionalmente molto sessista, cosa dalla quale rifuggiamo assolutamente. Anzi, stiamo lanciando progetti con le aziende proprio sui temi dell’uguaglianza di genere, sul sociale e sull’ambiente».

 

Come dovrebbe essere il social network che non c’è ancora?

«Bella domanda! Negli ultimi anni tutti i social premiano video e scrolling infinito, tendenze alle quali ci siamo dovuti adattare anche noi che venivamo dalla vignetta statica. Quindi il prossimo social spero sia più “lento”, cioè dia la priorità a contenuti che possano lasciarci il tempo di riflettere e interagire».

 

Continuiamo a parlare di futuro… non temete che la vostra “carica virale” possa esaurirsi?

«È una cosa di cui ogni tanto parliamo, dopo 6 anni e migliaia di contenuti postati. Secondo me dipenderà molto dai cambiamenti dei social. Ad esempio quando la tendenza video è esplosa, ci siamo adattati realizzando dei reel con voci di doppiatori (l’avete visto quello con il doppiatore di Spiderman?, ndr)».

 

Torniamo agli affari e facciamo due conti. Quanto si guadagna a fare i creator?

«Beh, direi più di un dipendente ma meno di un super manager. Purtroppo, o per fortuna, abbiamo un pubblico super orizzontale, quindi, a parità di follower, noi monetizziamo meno rispetto a profili con un pubblico specifico. Con noi, le aziende devono puntare più sull’awareness. In ogni caso, se vuoi sapere quanto guadagno, basta guardarti intorno. Vivo in un bilocale, e non certo a CityLife. Ma Legolize mi apre tante porte e valorizza la mia attività da consulente».

 

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