Smart working: l’Italia si ferma mentre il resto del mondo va avanti

Addio al regime emergenziale, ma intanto il mondo del lavoro è cambiato. 

1° aprile 2024: una data che segna una svolta significativa nel mondo del lavoro italiano. Lo smart working, introdotto in via emergenziale durante la pandemia, esce definitivamente dal regime di favore, lasciando spazio a una regolamentazione più flessibile, ma incerta.

Nel settore privato, addio a priorità e criteri automatici: la disciplina del lavoro agile diventa materia di contratti aziendali. Datori di lavoro e dipendenti dovranno trovare un accordo sulle modalità di svolgimento del lavoro da remoto, con il rischio che le esigenze individuali vengano sacrificate in favore di quelle aziendali.

Fortunatamente, molte aziende hanno già adottato modelli di lavoro agile strutturati, come Intesa Sanpaolo con il suo pacchetto di flessibilità che include smart working fino a 140 giorni all’anno. Un segnale positivo che indica come il lavoro agile sia ormai considerato un fattore d’attrattiva e di fidelizzazione dei talenti.

Ma non tutti i lavoratori sono uguali. La fine del regime emergenziale penalizza i lavoratori fragili che, nel settore privato, perdono la priorità di accesso allo smart working. Per loro, la speranza è riposta nella sensibilità dei datori di lavoro che, in autonomia, potrebbero comunque concedere la possibilità di lavorare da remoto.

Nella pubblica amministrazione, la situazione è ancora più complessa. La mancata proroga della norma che garantiva lo smart working ai fragili li lascia in una posizione di incertezza. L’unica possibilità è rappresentata dagli accordi individuali con i dirigenti, che però non sono vincolati ad accoglierne le richieste.

Un passo indietro per l’Italia, che si contrappone al trend globale che vede il lavoro agile come una modalità lavorativa sempre più diffusa e apprezzata. Un’occasione persa per migliorare la conciliazione vita-lavoro, la produttività e il benessere dei lavoratori.

L’Italia si ferma mentre il mondo va avanti. Il rischio è di perdere competitività e attrattività per i talenti, in un mercato del lavoro sempre più globalizzato e flessibile.

Cosa succederà ora? La palla passa alle aziende e ai sindacati, che dovranno trovare un equilibrio tra le esigenze di flessibilità delle imprese e la tutela dei diritti dei lavoratori. Il futuro del lavoro agile in Italia è ancora incerto, ma una cosa è certa: non si può tornare indietro.

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