Suoniamo o registriamo?

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Una sala dove registrare o un locale per fare le prove. Per lavorare con la musica (degli altri) bastano buon orecchio e un computer con scheda audio. Per farne un business però ci vogliono spazi, competenze e un certo investimento

Cresce la voglia di fare e ascoltare musica. E nella crisi generale del mercato discografico c’è chi vive nuove opportunità di business. Soffrono le grandi major e gli studi più affermati, ma godono di buona salute etichette, sale prova per gruppi amatoriali, studi di registrazione più piccoli e dinamici. Ma per chi vuole buttarsi nel settore, quali sono i primi passi? Innanzitutto è necessario fare una scelta. Aprire una sala prove, cioè uno spazio con tutto il necessario per suonare, oppure un vero studio di registrazione, con la possibilità di incidere e mixare demo e album? Si tratta di due attività diverse, che prevedono una strumentazione diversa (“da battaglia” e adatta a un uso intensivo per le sale prove, più raffinata e delicata per gli studi di registrazione). Chi volesse fare entrambe le cose, dovrebbe quasi necessariamente allestire due sale, il che implicherebbe un investimento non indifferente, senza considerare poi le esigenze di personale.

Sala prove o studio di registrazione?

La sala prove è la strada più facile e il business più immediato: è sufficiente un investimento contenuto e ci vogliono meno competenze. Naturalmente, rispetto a uno studio di registrazione, la sala si affitta a un prezzo più basso e c’è maggiore concorrenza. «La sala prove è l’attività ideale per chi vuole iniziare con una piccola cifra. I costi sono bassi, si rientra in fretta e la richiesta è infinita» consiglia Pierluigi Ferrantini, vocalist dei Velvet rock band che possiede lo studio CoseComuni a Roma. Per iniziare bastano anche soltanto due sale, per poi allargare il giro in un secondo momento. Lo studio di registrazione è invece una scelta più impegnativa: bisogna fare un investimento più alto e avere un profilo professionale più competente. Ma è anche l’attività che dà potenzialmente margini di guadagno più alti: l’affitto di una sala può costare anche duemila euro al giorno, a patto di trovare la giusta nicchia di mercato. Spiega Alessandro Vannicelli, ufficio stampa di Metatron, agenzia di management e servizi musicali: «È un’attività onerosa se fatta in modo professionale e per una start up necessita di liquidità immediata, anche se in questo periodo la tecnologia offre software a basso costo e un computer capaci di registrare dei demo con un audio decoroso». Bisogna poi distinguere fra studi “elettronici” e “analogici”. I primi non hanno bisogno della batteria ma solo di una tastiera, e vanno bene per generi musicali come il rap e l’elettronica che si servono di una ritmica “artificiale”, oltre che per tutte quelle attività non prettamente artistiche come la registrazione di jingle e sigle o speakeraggio. Gli studi “analogici” hanno invece a di­sposizione la batteria, in alcuni casi anche un pianoforte, e sono adatti a qualsiasi genere musicale.

In uno studio di registrazione c’è bisogno di due ambienti: oltre alla sala ci vuole anche una regia. Inoltre l’attività di uno studio di registrazione non si esaurisce con l’esecuzione musicale ma prevede una successiva fase di editing e mixaggio. Nel caso in cui si voglia realizzare un demo, ovvero una registrazione professionale ma semplificata, il tempo di mixaggio è circa la metà di quello di registrazione. Se invece si vuole lavorare a un disco vero e proprio, la proporzione si rovescia: ci vuole più tempo in “postproduzione” che in registrazione, e il processo include anche la fase di mastering che spesso viene affidata a strutture esterne. Tra gli studi di registrazione in Italia ci sono Officine Meccaniche e Jungle Sound a Milano, Fonoprint a Bologna, Esagono Recording a Rubiera (Re). Sopravvivono quelli che riescono a garantire alti standard a prezzi concorrenziali e quelli che sono più versatili.

Come si diventa professionisti dell’audio

Spazi e attrezzature hanno la loro importanza, ma chi vuole operare in questo settore non può certo improvvisarsi. Per lavorare con la musica ci vuole un giusto mix di doti innate, esperienza sul campo e conoscenza teorica. «Conta molto, oltre alla predisposizione naturale, la pratica. Se hai orecchio, puoi permetterti di essere un po’ “ignorante”. Molti musicisti preferiscono lavorare con gli autodidatti perché si sono fatti le ossa sul campo» spiega Fabrizio Barbareschi di Raffinerie Musicali.

Le figure professionali che girano nell’ambiente sono comunque tre: il tecnico del suono, il fonico e l’ingegnere del suono. Il tecnico si occupa direttamente della strumentazione, quindi del montaggio dell’impianto di amplificazione e del cablaggio. Il suo lavoro implica una certa conoscenza degli strumenti musicali: spesso un tecnico del suono è anche musicista.

Il fonico teoricamente interviene a montaggio avvenuto, quindi opera esclusivamente sui suoni attraverso il mixer, ma spesso tecnico del suono e fonico sono la stessa persona. Va poi detto che per fonici e tecnici del suono quella musicale è solo una delle specializzazioni possibili: molti infatti lavorano nelle produzioni cinematografiche e televisive, e nei doppiaggi.

L’ingegnere del suono infine è una figura più alta, una specie di “laureato”, che ha nozioni abbastanza approfondite di Fisica che gli permettono di padroneggiare il modo in cui i suoni si propagano nell’aria. Gli ingegneri del suono possono essere impiegati per eseguire rilievi audiometrici nei locali, per testarne l’acustica, oppure nei grandi concerti. Ma per un normale lavoro in studio di registrazione non c’è bisogno di un ingegnere del suono. Per tutte queste figure professionali esiste una formazione ad hoc. Vi sono diverse scuole, il Sae (http://milano.sae.edu) viene considerato una specie di standard a livello internazionale. Un’altra scuola affermata è la Scuola di Alto perfezionamento musicale a Saluzzo (www.scuolaapm.it).

Il segreto del successo

In questo settore, vince chi offre una formula snella ma tecnicamente valida. «È importante anche la capacità di adattarsi alle esigenze di tutti i musicisti» aggiunge Pierluigi Ferrantini. Un obiettivo che si può raggiungere con una serie di servizi paralleli (arrangiamenti, promozione, management…) o semplicemente con una buona gamma di strumenti e attrezzature. Il mix giusto è avere un po’ di tutto (gli standard che chiunque si aspetta di trovare, per esempio gli amplificatori per chitarra Fender, Marshall e Vox) e poi scegliere una specializzazione per distinguersi dalla concorrenza. «Di sale prove nelle grandi città ce ne sono tante. Fondamentali, per distinguersi, sono i servizi offerti e le comodità per i clienti: per esempio restare aperti fino a tardi» conclude Alessandro Vannicelli.

Facciamo due conti

Per iniziare

Per fare registrazioni amatoriali, ma di buon livello, sono necessari:

› un computer con scheda audio

› alcuni microfoni

› un preamplificatore

› due casse da studio.

investimento: 1.500-2.000 euro

Per una sala prove di medio livello

Costi

› Insonorizzazione (per 40 mq): 10.000 euro.

› Strumentazione (batteria, amplificatori per basso e chitarra, microfoni, mixer): 5.000 euro.

Totale: 15.000 euro

(escluso acquisto o affitto dei locali)

Entrate

› Affitto sala: 15 euro/ora (da 10 a 30 euro).

Per uno studio di registrazione di medio livello

Costi

› Insonorizzazione (per 40 mq): 10.000 euro.

› Strumentazione (la stessa che per una sala prove, ma di qualità superiore): 15.000 euro.

› Banco registrazione (computer, scheda audio, preamplificatore, casse da studio): 10.000 euro.

› Software: 4.000 euro.

Totale: 39.000 euro (escluso acquisto o affitto dei locali).

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«Piccoli passi, grandi sogni»

Fabrizio Barbareschi, titolare di Raffinerie Musicali (Lacchiarella, Milano)

«Ho iniziato per gioco, registrando la band in cui suonavo. Poi ho visto che me la cavavo, e che mi ero creato un piccolo giro, e ho pensato che l’hobby si poteva trasformare in lavoro. Ho comprato l’attrezzatura poco a poco: probabilmente comprando tutto insieme avrei potuto risparmiare, ma ho preferito valutare di volta in volta cosa mi servisse veramente. Nel frattempo ho continuato a documentarmi, a confrontarmi con addetti ai lavori, a vedere com’erano fatti gli altri studi di registrazione. La società è partita ufficialmente nel gennaio 2009. Per ora non ho avuto bisogno di pubblicità: è un settore in cui contano tantissimo la conoscenza diretta, il passaparola e – cosa importante – non esistono le raccomandazioni: i musicisti si rivolgono solo a chi lavora bene. Ho anche fondato un’etichetta discografica, per fornire tutto il supporto burocratico e logistico a chi voglia incidere e vendere un disco. L’anno prossimo inaugurerò un altro spazio, più grande, accanto all’attuale studio: lì potrò organizzare presentazioni e piccoli concerti in studio. Il mio sogno è costruire un’agenzia di servizi musicali a 360 gradi, capace di soddisfare i musicisti dallo strumentista all’arrangiamento, all’organizzazione di una tournée».

 

Medium

«Crollasse il mondo, noi sappiamo dove registrare»

Pierluigi Ferrantini (Pier) è il vocalist dei Velvet. Il loro ultimo album si intitola Nella lista delle cattive abitudini. Hanno scritto una biografia dal titolo Velvet. Crollasse pure il mondo (Arcana, 14 euro)

«Abbiamo acquistato uno studio a Roma che abbiamo chiamato CoseComuni perché avevamo bisogno di un posto per provare, incidere i nostri dischi, fare altri lavori musicali non legati ai Velvet. E poi ci permette di collaborare con giovani musicisti, magari coltivando qualche nuovo talento. In questi casi facciamo valere la nostra versatilità: se la band non riesce a pagare la registrazione con una somma adeguata al livello della struttura, “barattiamo” i costi dello studio con altri aspetti editoriali legati all’etichetta discografica. In futuro non escludiamo di affittare lo studio anche a progetti che non ci vedano coinvolti in prima persona. Intanto abbiamo avviato una scuola di musica che sta avendo molto successo (soprattutto la sezione canto). Essere musicisti non ci trasforma automaticamente in buoni tecnici del suono, per questo bisogna studiare. Ma possiamo dire la nostra nella gestione di una recording session, perché sappiamo – per averlo fatto anche noi – di cosa hanno bisogno dei musicisti mentre registrano».

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Grandi studi di registrazione: si cambia

Diego Bartole, responsabile tecnico del Jungle Sound di Milano

Da Vasco Rossi ai Subsonica, da Laura Pausini a Vinicio Capossela: se le pareti (insonorizzate) del Jungle Sound potessero cantare, intonerebbero la storia della musica italiana (e non solo) dal 1993 a oggi. Struttura aperta tanto alle star quanto ai dilettanti (a qualcuno è capitato di bere birra e chiacchierare con Noel Gallagher, uscito dallo studio dopo il litigio con il fratello Liam), il Jungle Sound è stato in questi anni testimone privilegiato dei cambiamenti che hanno investito l’industria musicale, crisi compresa. Al responsabile tecnico Diego Bartole abbiamo chiesto se abbia ancora senso aprire un grande studio di registrazione.

«La tendenza attuale è che molti fra i professionisti si dotano di strutture proprie per registrare. Di conseguenza per i grandi studi lavorare è sempre più difficile e per rimanere a galla bisogna investire parecchio e offrire altissima qualità a prezzi competitivi. Negli anni le cose sono cambiate anche per il Jungle Sound, che sta diventando sempre più uno studio dove registrano soprattutto aziende, compagnie di telecomunicazione, banche. Insomma, il business delle sale di registrazione per le star sembra in discesa. Un consiglio? Se volete lavorare nella musica, optate per l’avvio di una sala prove: quando la location è azzeccata, il business può essere promettente».

INFO: www.junglesound.com

Giuliano Pavone, Millionaire 1/2010

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