Dal dialogo geopolitico all’intelligenza artificiale, passando per startup, capitali, tokenizzazione e stablecoin: perché il World Economic Forum resta un radar strategico anche per le imprese italiane.
Dal 19 al 23 gennaio Davos torna a essere molto più di una località alpina: per una settimana diventa il punto in cui politica, capitali e visioni di lungo periodo si osservano, si misurano e – spesso – si connettono. La 56ª edizione del World Economic Forum sceglie come filo conduttore “A Spirit of Dialogue”: uno spirito di dialogo che, in un mondo segnato da tensioni geopolitiche, guerre commerciali e competizione tecnologica, suona meno come uno slogan e più come una necessità strategica.
A Davos arrivano capi di Stato e di Governo, ministri, CEO delle grandi multinazionali, rappresentanti delle organizzazioni internazionali, accademici, innovatori e giovani leader. Secondo i dati ufficiali del WEF, l’edizione 2026 coinvolgerà circa 3.000 partecipanti da oltre 130 Paesi. Tra le presenze più attese figurano Donald Trump e l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff. Proprio nei giorni scorsi, Trump ha anticipato – tramite un post su Truth – l’intenzione di intervenire a Davos con nuove proposte su edilizia abitativa e accessibilità economica.
I cinque temi che contano davvero
L’agenda 2026 ruota attorno a cinque direttrici chiave:
- cooperare in un mondo sempre più conteso, tra geopolitica e nuove alleanze
- individuare nuove fonti di crescita economica
- investire nelle persone, tra competenze, inclusione, istruzione e benessere
- sfruttare l’innovazione in modo responsabile, con un focus su tecnologia e intelligenza artificiale
- costruire prosperità, bilanciando sviluppo e sostenibilità ambientale
L’intelligenza artificiale resta il vero baricentro del Forum, ma con un approccio più maturo rispetto agli anni passati. Non più solo promesse, bensì integrazione concreta nei processi industriali, nei servizi pubblici e nella sanità, con l’obiettivo di aumentare competitività e scalabilità.
Dove nascono le connessioni
Accanto al programma ufficiale, Davos vive soprattutto nei suoi eventi collaterali: spazi spesso informali – a volte anche digitali – dove startup, scale-up e grandi gruppi costruiscono relazioni strategiche.
In questo ecosistema spicca House of Switzerland, il format promosso dalla Confederazione Svizzera che ospita incontri su cyber-security, sovranità digitale, catene del valore farmaceutiche, governance dell’AI, resilienza umanitaria e finanza innovativa.
Non mancano poi appuntamenti come la Davos Innovation Week, dedicata a blockchain, intelligenza artificiale, quantum computing e startup tech: contesti in cui le idee circolano più velocemente dei comunicati ufficiali.

Anche i grandi player della consulenza sono protagonisti. McKinsey & Company porterà a Davos ricerche e scenari sull’uso dell’AI per ridisegnare aziende e settori in un contesto geopolitico instabile. Boston Consulting Group discuterà invece di crescita e prosperità globale in mercati segnati da incertezza e accelerazione tecnologica.
Per l’Italia, Davos resta una vetrina strategica. Non tanto – o non solo – per raccogliere capitali nel breve periodo, quanto per entrare nel radar dei grandi player industriali, stringere alleanze e posizionarsi su filiere chiave come energia, manifattura avanzata, health tech e deep tech.
Il nuovo approccio alle cryptovalute
A Davos 2026 cambia il tono della conversazione sugli asset digitali. Il dibattito si sposta dal “se” le criptovalute abbiano un ruolo nel sistema finanziario al “come” tokenizzazione e stablecoin possano essere integrate nell’infrastruttura esistente. Non è un dettaglio: l’agenda passa dalla riflessione teorica a sessioni esplicitamente orientate all’implementazione, come Is Tokenization the Future? e Where Are We on Stablecoins?.
Il cambio di passo emerge anche dai protagonisti coinvolti. Accanto ai CEO di Coinbase e Circle, siedono rappresentanti delle istituzioni finanziarie e dell’infrastruttura di mercato, tra cui la Banca centrale francese e Euroclear. Il messaggio è chiaro: la crypto non viene più trattata come un ecosistema parallelo, ma come una tecnologia da testare dentro regole e sistemi già esistenti.
L’attenzione si concentra su due fronti concreti: la tokenizzazione di asset reali, affrontata come sfida operativa più che teorica, e le stablecoin, sempre più considerate strumenti per pagamenti, tesoreria e regolamento internazionale. Una maggiore chiarezza regolatoria – dal MiCA europeo al GENIUS Act statunitense – ha ridotto l’incertezza, aprendo la strada alle prime sperimentazioni di grandi gruppi come BlackRock e PayPal.
Il segnale che arriva da Davos non è quello di una rivoluzione compiuta, ma di una sperimentazione controllata: meno ideologia, più esecuzione. Ed è proprio qui che si gioca il vero valore per imprese, banche e investitori.
Photo cover: World Economic Forum / Mattias Nutt
Photo meeting: World Economic Forum/Kamal Kimaoui