Il sud Italia sempre più “smart”

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South working

Arriva la fase 2 dello smartworking e cresce l’appeal per l’Italia meridionale 

I due anni trascorsi non verrano ricordati tra i più felici: la pandemia ha cambiato inevitabilmente le abitudini di tutti, lasciando alcuni strascichi nella quotidianità di molti. Se alcune misure adottate durante il periodo Covid19 avevano come scopo solo quello di tamponare alcuni problemi, altre si sono inserite nel tessuto lavorativo di molti, l’esempio più lampante è lo smartworking.

Quella che all’inizio sembrava una pura misura preventiva, utile per rafforzare il distanziamento sociale oggi è una vera e propria opportunità, sopratutto per il sud Italia, dove sta nascendo un nuovo concetto, quello di “south working”. Una possibilità che potrebbe accontentare le esigenze di diverse aziende e allo stesso tempo incrementare l’occupazione nel meridione Italia.

“South working”, ossia lavorare da remoto dal sud Italia

Il lavoro da remoto rimane uno strumento ancora utilizzato. Al di sotto delle proprie possibilità: infatti, secondo un indagine condotta da Randstad il 77% delle aziende ha adottato lo smart working, mentre il 46% è disposto a dare vita a progetti da remoto che coinvolgono dai 2 ai 5 giorni a settimana. Un dato interessante riguarda le offerte di lavoro e la loro dislocazione: il sud è il fanalino di coda con l’8%, il centro Italia registra un 14% mentre il nord un 78%.

Tutte percentuali che potrebbero ribaltarsi, o almeno trovarsi in una situazione di equilibrio, se il “south working” venisse messo in pratica. Lo sviluppo del movimento ha come diretta conseguenza l’interessamento nei confronti di luoghi come i co-working, hub lavorativi o semplicemente altre sedi delle aziende che impiegano i dipendenti.

I presupposti fondamentali per lo sviluppo del “south working”

Marco Ceresa, Group Ceo di Randstad ha dichiarato: «Sempre più imprese iniziano a considerare di favorire lo sviluppo nelle aree più fragili del Paese, cercando di trovare anche quelle competenze e quelle risorse preziose che sempre più si fa fatica a trovare nel Nord del Paese. La creazione di un hub di lavoro può davvero essere il volano per il south working, potendo reclutare competenze altrimenti non accessibili, garantire il bilanciamento vita-lavoro alle persone e sostenere di un indotto locale».

Con riferimento alla condizioni necessarie per l’implementazione dello smartworkning al sud, Ceresa continua: «Ma i presupposti fondamentali per esperienze di south working di successo sono la creazione di un’adeguata infrastruttura digitale, spazi adeguati e uno sforzo multilaterale tra aziende, agenzie per il lavoro, Comuni di riferimento e atenei universitari».

In generale, l’Italia non è un buon esempio in tema smartworking, ultimo tra quelli europei. A fine 2019  erano 1,15 milioni gli italiani che optavano per lo smartworking. Una tendenza che è cresciuta nel periodo successivo: nel 2021 sono stati 2,9 milioni i lavoratori impiegati in smartworking almeno un giorno a settimana. La media in Europa è passata dal 5,4% del 2019 al 12% del 2020 al 13,4% del 2021. L’Italia rimane l’unico paese con la Spagna ad aver registrato una decrescita passando dal 3,6% del 2019 al 12,2% del 2020 fino all’8,3% del 2021.

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