Sommelier a Dubai: «Tornare in Italia? No, grazie!»

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Lavoare come sommelier a Dubai

Fare il sommelier in un Paese arabo: l’esperienza di Eleonora Caso.

Eleonora Caso sommelier a DubaiEleonora Caso, milanese, 31 anni, vive a Dubai dal 2013, dove ha fondato Cuvée3 (www.cuvee3.com), specializzata in consulenza ed eventi in tema olio, vino, sake…

Perché ha scelto di trasferirsi a Dubai?

«In Italia avevo un ottimo impiego. Ma la voglia di mettermi in gioco mi ha spinto a mollare tutto e andare in Scozia, dove ho frequentato corsi specializzati in vino e iniziato a lavorare nel settore: un percorso professionale che mi ha consentito di ricevere una proposta di lavoro da un grande ristorante emiratino. Così ho avuto modo, mentre ero attiva come dipendente, di conoscere il mercato e gli operatori e di rendermi conto che avrei potuto mettermi in proprio».

Quale la sua esperienza come sommelier a Dubai?

«Lavorare come sommelier a Dubai, ed in generale nel mio settore, è complicato a causa delle leggi islamiche che regolano il mondo del vino: tanti i divieti che rendono l’offerta del tutto diversa da come avviene in Italia, a iniziare dal modo in cui è consentito promuovere l’attività. Ma vedo che un’amica, attiva in loco con la vendita di fiori, guadagna bene senza avere troppi grattacapi. Però devo riconoscere che qui ho avuto l’opportunità di intraprendere, perché c’è molta meno concorrenza rispetto a casa nostra o a tante nazioni occidentali. Una situazione che permette, a chi sa proporre idee innovative, di avere più chance, anziché mettersi a combattere contro mille concorrenti attivi da tempo. Inoltre posso contare su un pubblico numeroso di stranieri, dagli inglesi ai sudafricani, che dispongono di un’alta disponibilità di spesa».

Aprire un’attività a Dubai: pro e contro

Cosa consiglia a chi vuole avviare un’attività a Dubai?

«Per chi volesse aprire un’attività a Dubai suggerisco di non lanciarsi prima di aver fatto esperienza sul posto. Qui i rapporti personali sono importanti. Chi vuole aprire un’attività in proprio negli Emirati Arabi dovrebbe prima venire qui, lavorare come dipendente, farsi conoscere e poi creare un’iniziativa: così riuscirà ad attrarre clienti e fare affari con altre aziende».

Le piace vivere a Dubai?

«La vita a Dubai è più libera di quanto ci si immagina quando si pensa a un Paese islamico: posso andare dove voglio, anche di notte, perché regna una grande sicurezza. Al punto che posso uscire di casa lasciando la porta aperta. Le donne a Dubai sono ancora più tutelate: ci sono taxi riservati a loro, carrozze riservate in metropolitana… Ma ciò che apprezzo davvero è altro: il sole, il mare… Qui posso fare yoga alla mattina sulla spiaggia. E poi sono a poche ore di volo da molti posti interessanti, come la Giordania e il Nepal. Infine, mi piace l’ambiente multietnico di Dubai: frequento amici che vengono da Spagna, Thailandia…».

Il costo della vita?

«Il costo della vita a Dubai è alto. Ma sono inclusi molti servizi. Un esempio: vivo in un appartamento in centro di 60-70 mq e spendo circa 1.800 euro al mese di affitto. Però sono in un condominio attrezzato con piscina, palestra, idromassaggio, sauna e connessione Internet. Non mi piace però il modo di pagamento, scadenzato in tranche di più mesi».

L’altra faccia della medaglia?

«Nel mio settore la burocrazia a Dubai è pesante. E il traffico in città a volte è irritante. Mi manca la vita da strada che avevo in Italia, il ritrovarsi al baretto sotto casa, il girare nei mercatini… Qui tutto è più patinato, controllato. Però, per ora, a tornare in Italia non ci penso: sto bene dove sono».

Tratto dall’articolo di Riccardo Ricci “Dubai parla italiano” pubblicato su Millionaire di febbraio.

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