«Mollo tutto e giro il mondo senza aerei». Claudio Pelizzeni, da bancario a scrittore emergente

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Un viaggio alla ricerca della felicità, attraverso cinque continenti, raccontato in un blog e in un libro che ha conquistato le classifiche di Amazon.

Claudio Pelizzeni, 36 anni, di Piacenza, ex bancario con una laurea in Mercati finanziari alla Bocconi, nel 2014 ha mollato carriera e lavoro sicuri per intraprendere un viaggio, alla ricerca della felicità. Un giro del mondo in 1000 giorni, attraverso 44 paesi e 5 continenti, senza mai prendere un aereo. Durante il viaggio ha creato il blog TripTherapy che ha conquistato migliaia di lettori. Al suo rientro ha autopubblicato il libro L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là. Il giro del mondo senza aerei. In testa alle classifiche di Amazon per settimane, ha destato l’interesse di vari editori. La casa editrice Sperling & Kupfer lo ha pubblicato, aggiornato con foto e mappe.

Com’è nata l’idea del viaggio?

«Lavoravo alla Deutsche Bank. Vista da fuori, la mia vita era perfetta. Ma non ero felice. Non stavo seguendo i miei sogni. Facevo il pendolare da Piacenza a Milano. Una sera, tornando a casa in treno, mentre guardavo il tramonto sulla Pianura Padana, ho avuto come un’illuminazione. Non ne potevo più di quella vita “falsa”. Stavo seguendo le aspettative degli altri, non le mie aspirazioni. Ho iniziato a interrogarmi sulla felicità. L’ho cercato anche online. E su Wikipedia ho letto: “La felicità è lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”. Ecco, io non li avevo soddisfatti. Non potevo più aspettare. Dovevo partire».

Come hanno reagito le persone che ti conoscono?

«Molte persone criticano le tue scelte solo perché proiettano le proprie paure sulle tue decisioni, ma io sentivo una spinta troppo forte. Mio fratello, che è un istruttore subacqueo, mi ha avvertito sui pericoli di viaggiare da solo. Mia madre, preoccupata, poi è diventata la mia fan numero uno. E mio padre, pur essendo l’ad di una società (contento di avere un figlio in banca), mi ha capito e ha intravisto subito anche le potenzialità concrete della mia esperienza».

Dove hai trovato i soldi?

«Mi sono licenziato, ho venduto la mia auto e sono partito con 13mila euro. Mi ero prefissato un budget di 15 euro al giorno. In realtà sono arrivato a 20,6 euro. Per mantenere basse le spese, mi sono mosso in autostop, ho elemosinato cibo e ho lavorato molto, soprattutto in Sud America. Mi sono iscritto al sito Workaway: ricevi vitto e alloggio in cambio di lavoro. Ho fatto di tutto: muratore, receptionist di ostelli, cuoco, marinaio, contadino. Dopo sei mesi dalla partenza sono stato contattato da Licia Colò per i miei video su Youtube. Li ha trasmessi in televisione. Ho creato un blog Triptherapy.net e ho iniziato collaborazioni commerciali con agenzie di viaggio».

Perché hai scelto di condividere la tua esperienza?

«Anche se il viaggio nasceva da motivazioni personali, come crescita e ricerca introspettiva, ho deciso di creare un blog e pubblicare i video. Inizialmente l’idea me l’ha data il mio medico. Ho il diabete di tipo 1 da quando ho 9 anni. Non volevo suscitare la pena di nessuno, ma testimoniare che anche con il diabete si può viaggiare e condurre una vita assolutamente normale».

Ha funzionato?

«Sì, sono diventato un riferimento per molti».

Perché senza aerei?

«L’ispirazione l’ho avuta da Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Non l’ho fatto per questioni di budget, ma proprio per l’esperienza del viaggio. Il mondo oggi va così veloce. Io volevo rallentare il ritmo. Spesso, da turisti, ci si perde tutto quello che c’è in mezzo tra una destinazione e l’altra. E quello che c’è in mezzo spesso è straordinario».

Quando hai iniziato a scrivere il libro?

«Durante il viaggio dall’Australia al Nord America: 50 giorni su una nave mercantile. Su un cargo non hai Internet, le altre persone sono impegnate a lavorare. Ricordo una noia mortale. Dopo pochi giorni avevo già visto tutti i film e le serie che avevo sul computer. Non sapevo cosa fare. Così ho iniziato a scrivere. Già da ragazzo scrivevo canzoni, poesie, racconti, ma non avevo mai coltivato la passione per la scrittura. Il libro non è un reportage, ma un romanzo autobiografico. L’ho pubblicato il giorno stesso in cui sono tornato a casa, perché non volevo condizionamenti».

Qual è stato il momento più difficile?

«Più di uno. Per esempio, quando mi sono ammalato per la puntura di una zanzara in Colombia, con 40 di febbre. Oppure quando ho attraversato il confine tra India e Birmania. In quell’occasione la Lonely Planet mi ha contattato per raccontare la mia esperienza. Ma il momento più duro in assoluto è stato quando ho perso mio padre, gennaio 2015. Ero a Bangkok, ho sospeso il viaggio per tornare subito a casa. Tre settimane dopo, ho ripreso da dove avevo lasciato».

E il ricordo più bello?

«Tantissimi. Ricordo soprattutto l’abbraccio con i bambini di un orfanotrofio in Nepal, dove ho lavorato per quattro mesi come volontario».

Il libro è stato primo in classifica su Amazon. Come ti spieghi tanto successo per un autore esordiente?

«È stato al primo posto per una settimana e tra i primi tre per due. 5000 copie in cinque mesi. Sicuramente in parte è dovuto al seguito sui social – durante il viaggio sono arrivato a 25mila follower – al passaparola e poi al tema. Il viaggio incuriosisce e incarna il desiderio di tanti. Visto il successo, diverse case editrici mi hanno contattato. E il 12 settembre Sperling & Kupfer ha pubblicato un’edizione riveduta e arricchita con foto e mappe del mio libro L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là. Presto pubblicherò anche un secondo libro, narrativa di viaggio».

E dopo? Come ti vedi tra 10 anni?

«Sicuramente continuerò a viaggiare. Adesso organizzo anche viaggi di gruppo, tramite Ibst (Italian Blogger Social Tourism), un’associazione che aiuta i travel blogger a costruire viaggi mettendoti in contatto con persone e tour operator. Ho da poco accompagnato un gruppo a seguire la migrazione di una famiglia nomade attraverso la catena montuosa dell’Atlante. Il travel blogging è un ‘opportunità ancora poco esplorata in Italia».

Che cosa insegna la tua storia?

«Non insegna che tutti dobbiamo mollare il lavoro e partire. Il viaggio è stato la mia personale risposta alla mia infelicità. E non mi sono mai pentito della scelta. Bisogna essere sinceri verso se stessi, porsi domande sincere per trovare le risposte giuste: “Sto davvero seguendo i miei sogni?” Devi lottare per i tuoi desideri, senza farti condizionare dalle aspettative degli altri. Per non ritrovarti poi a vivere di rimpianti».

Info: www.triptherapy.net

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