Quanto serve la scuola per lavorare?

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Scuola

Secondo una ricerca promossa da Eures-Consiglio Nazionale dei Giovani la scuola non aiuta a formarsi per svolgere un lavoro

La scuola non serve, o meglio, non serve per lavorare. Non è una regola scritta o l’opinione personale di qualcuno, ma il risultato del confronto di analisi e sondaggi tra gli studenti. Ciò che emerge è che, tra i canali formativi per i più giovani, la scuola non occupa un posto in prima fila. Al contrario, i giovani considerano l’esperienza diretta e l’università le strade migliori per le proprie ambizioni personali.

Le aspirazioni principali sono invece due: il lavoro autonomo o l’impiego all’interno di una grande azienda privata. Secondo una ricerca promossa da Eures-Consiglio Nazionale dei Giovani su “nuove professioni e nuove marginalità”, la metà dei giovani intervistati sostiene che la scuola non sia stata utile per svolgere l’attuale lavoro. Un dato che fa riferimento alle competenze acquisite all’interno delle strutture scolastiche, non ancora in linea con ciò che rappresenta il mondo del lavoro.

Nella classifica dei percorsi più utili per svolgere l’attuale impiego si trova al primo posto l’esperienza diretta sul campo (53,3%), seguita poi dalla formazione universitaria (37,6%), l’autoformazione (23,8%) e i corsi di formazione privati (17,6%). Comunque positive le esperienze di stage o tirocinio (10%), mentre all’ultimo posto si trova la formazione scolastica (6,7%).

Oltre la formazione, tra ambizione e aspirazioni

Oltre ai percorsi di formazione, interessanti sono i dati che riguardano le aspirazioni tra i giovani dove il concetto di autonomia sembra dominare: la possibilità di svolgere la propria professione come lavoratore autonomo è ciò a cui si punta maggiormente (42,8%); il lavoro dipendente non viene messo da parte, rimane la seconda opzione più gettonata (23,5%), mentre l’impiego nella Pubblica Amministrazione si attesta al terzo posto (16,4%), ultimo l’impiego in una piccola impresa (6,2%).

C’è poi un 11,1% la cui ambizione è quella di creare un’impresa e avviare un’attività imprenditoriale. Un dato che riguarda principalmente gli under 25, per i quali un futuro da liberi professionisti (50%) rappresenta un opzione più che concreta; al contrario, la fascia che va dai 30 ai 35 anni opterebbe per un lavoro subordinato (53,5%).

La necessità di nuove politiche per il lavoro

Un dato importante riguarda il tempo trascorso tra la fine del percorso di studi e il primo impiego, un margine temporale che tra gli intervistati è mediamente di 7 mesi, sebbene il 67,6% abbia trovato lavoro entro 6 mesi, il 31,3% meno di un mese, il 10,4% oltre 2 anni e l’8,8% da 1 a 2 anni. Chi intraprende un percorso universitario impiega mediamente 6,4 mesi per ottenere un impiego, mentre i diplomati o chi ha un titolo di studio inferiore 11 mesi.

In merito, Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani ha dichiarato: «Bisogna intervenire nelle politiche per il lavoro in tutte le sue fasi, a partire dalla formazione e dalle modalità di accesso al mondo del lavoro, dove l’equità generazionale e di genere, è ancora molto distante.

Con riguardo all’offerta formativa, invece, conclude Pisani: «Va riorganizzata l’offerta formativa, con il coinvolgimento sinergico di enti pubblici e privati, ma anche creando un sistema di servizi per l’impiego funzionali, per informare i giovani sui loro diritti e guidarli verso il riconoscimento delle competenze. Meno di un giovane su cinque è soddisfatto delle tutele sul lavoro, servono risposte concrete alla generazione che dovrà ricostruire il nostro Paese».

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