Thermotoga neapolitana, il batterio mangiarifiuti

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Una soluzione innovativa e sostenibile per combattere il problema dei rifiuti.

 

Quella dei rifiuti è un’emergenza che ormai da anni si sta cercando di combattere in molte città italiane, Roma e Napoli sono sicuramente quelle che più soffrono questo disagio, ma il problema degli rifiuti si fa sentire anche in altre città.

Bruciare ogni tipologia di rifiuto che arrivava in discarica, inquina, quindi è per questo che si stanno cercando metodi alternativi che possano risolvere il problema in modo sostenibile.

È proprio la città di Napoli a causa dell’emergenza rifiuti, a cercare una soluzione. Si chiama thermotoga neapolitana, il batterio mangiarifiuti che cresce tra Lucrino e Punta Epitaffio, isolato da una pozza calda di natura vulcanica, sita nel cuore dei Campi Flegrei.

Questo batterio sembrerebbe in grado di consumare i rifiuti organici e non, per dare vita a biomateriali utilizzabili per costruire nuovi oggetti, riciclati e sostenibili. Il tema, assieme al riutilizzo dei materiali di scarto e alle applicazioni sul mercato, sarà tra i centrali del convegno “Paradigmi bio-based per l’industria del futuro: generativa, high-tech, circolare”, in programma giovedì 27 ottobre a partire dalle ore 9 presso l’Innovation Village.

Un incontro a cura dell’Assessorato alla Ricerca, Innovazione e Startup della Regione Campania, che vedrà tra i protagonisti università, laboratori di ricerca e startup già impegnate in questo settore che, di qui a pochi anni, potrebbero rinnovare completamente il mercato in alcune produzioni specifiche, partendo dalle “biofonderie”.

Le novità non sono finite qui. Infatti, sembra che il Cnr di Pozzuoli, Napoli, abbia in serbo una bella sorpresa. Attualmente, a quanto pare, si troverebbe in fase di deposito di un brevetto per la progettazione di un dispositivo capace di sfruttare il batterio per estrarre il glucosio dai rifiuti e trasformarlo in idrogeno che, attraverso un impianto a biomassa, riuscirà a essere convertito in energia. Per ora il Cnr detiene i primi prototipi di alimentatori per telefoni cellulari costituiti da celle a combustibile a idrogeno o alcol.

«Si tratta di una nuova concezione della produzione industriale, dove gli operai specializzati non sono umani ma entità biologiche, praticamente batteri ed enzimi, che possono elaborare oggetti» spiega il professor Paolo Netti, direttore dell’IIT@CRIB (Centro di ricerca per Biomateriali avanzati) e docente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

«In pratica possiamo istruire i batteri a produrre qualcosa di buono per noi» descrivendolo come un seme che dà vita a un albero, poiché, secondo quanto sostiene il professor Netti, thermotoga neapolitana può arrivare a costruire veri e propri oggetti attraverso la consumazione dei rifiuti.

Un concetto completamente nuovo per la gestione dei rifiuti che guarda a un futuro più sostenibile, alla ricerca di un mondo più pulito in grado di riciclare la propria spazzatura in modo più intelligente.

Certamente un grosso passo avanti rispetto al classico metodo di riciclo che utilizziamo al giorno d’oggi. Un metodo estremamente lungo e macchinoso che non prevede il riciclo dell’organico o dell’indifferenziato, ma solo della carta e della plastica e solo se differenziate in un determinato modo.

Secondo quanto affermato da Marco Abbro, responsabile del laboratorio di ricerca BIOlogic, la produzione di nuovi materiali a partire dalle sostanze di scarto, rappresenta una grande opportunità in termini di business e in termini ambientali.

«Nel nostro laboratorio – spiega Marco Abbro – produciamo un biofilm, una materia prima che trattata con metodi completamente sostenibili senza polimeri plastici e prodotti chimici, possiede caratteristiche simili a quelle della pelle animale utilizzata nelle imprese tessili.

La stessa sostanza se trattata con altri trattamenti sempre naturali, diventa applicabile anche alla cosmetica per la produzione di maschere facciali o gel che sostituiscono le microplastiche. Materiali totalmente biologici e compostabili, nati in laboratorio, con costi bassi, lavorando sugli scarti grazie a microorganismi che non sono patogeni, simili al lievito».

«Quei materiali – precisa Alma Sardo – vengono generati dagli scarti biologici di frutta e verdura, e aiutano a ridurre anche gli sprechi alimentari. I rifiuti vengono, così, trasformati in biofilm».

Insomma, dai rifiuti si può fare veramente di tutto e con costi di realizzazione nettamente più bassi.

 

 

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