Kobe Bryant, addio alla leggenda del basket

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Foto di Keith Allison da Wikimedia Commons - Lakers at Wizards 12/2/15

Leggenda del basket, tra i giocatori più forti e amati nella storia dell’Nba, Kobe Bryant è stato per molti un modello di ispirazione e un esempio della passione e dei sacrifici che servono per raggiungere i propri obiettivi. Il 26 gennaio è morto in un incidente in elicottero a Calabasas, Los Angeles, insieme alla figlia Gianna Maria e ad altre sette persone, lasciando un incredibile vuoto nel mondo dello sport, e non solo. Aveva 41 anni, altre tre figlie, Bianca, Capri e Natalia. La sua filosofia? «Fare quello che ti piace di più. Farlo al massimo. Farlo cercando di essere il migliore di tutti, sempre. E seguire tutte le strade lecite per diventarlo. Quando fai la cosa che ami di più, l’ossessione è naturale».

In Italia, sognando l’Nba

Nato a Philadelphia nel 1978, figlio del giocatore di basket Joe Bryant, Kobe ha vissuto in Italia, tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, dai 6 ai 13 anni. Ha frequentato qui le scuole elementari e medie, imparando bene l’italiano. E qui si è appassionato al basket, seguendo il padre, segnando i primi canestri negli intervalli delle partite e guardando i suoi idoli, Magic Johnson e Michael Jordan, nelle videocassette regalate dal nonno.

La leggenda Black Mamba

A 14 anni rientra negli Stati Uniti, dove conquista il primo titolo, vincendo il campionato statale con la Lower Merion High School di Ardmore. Debutta tra i professionisti dell’Nba il 13 novembre 1996. Pochi mesi prima, a 17 anni, era entrato nella squadra dei Charlotte Hornets che presto lo cedettero ai Los Angeles Lakers. È l’inizio di una carriera ventennale con i Lakers, prima con la maglia numero 8, poi con la 24 (entrambe ritirate dalla società). Dal 1996 al 2016 Kobe colleziona un successo dietro l’altro: cinque campionati Nba, due titoli di Mvp (miglior giocatore) nelle finali del 2009 e 2010, due titoli di capocannoniere, due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012 con la nazionale Usa. Si fa chiamare Black Mamba, come il serpente pericoloso e veloce che conosce guardando il film Kill Bill. Affronta fatica, infortuni, vicende giudiziarie. Continua a giocare anche dopo la rottura del tendine d’Achille nel 2013. L’ultima partita il 13 aprile 2016, contro gli Utah Jazz, con 60 punti segnati. Kobe Bryant è stato il terzo giocatore con più punti segnati in Nba (33.643), sorpassato soltanto lo scorso sabato da LeBron James. Poche ore prima dell’incidente, Kobe si era congratulato con l’amico su Twitter: “Grande rispetto per mio fratello” è il suo ultimo tweet.

L’amore per il basket e l’Oscar

Ma l’amore per il basket non si spegnerà mai. Nel 2018 Kobe vince l’Oscar per il miglior cortometraggio animato con Dear Basketball, diretto da Glen Keane. Il corto è ispirato alla lettera del 2015 con cui il giocatore aveva annunciato il suo ritiro, “Mamba Out”. «Caro basket, fin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio padre e a immaginare tiri decisivi per la vittoria al Great Western Forum, mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato di te. Un amore così grande che ti ho dato tutto me stesso, dalla mia mente, al mio corpo, al mio spirito e alla mia anima», così inizia la lettera. «Mi hai chiesto il massimo sforzo, io ti ho dato il mio cuore… Ho fatto qualsiasi cosa per te, perché questo è ciò che fanno le persone quando qualcuno le fa sentire vive come hai fatto tu con me». E infine: «Il mio cuore può reggere il peso, la mia mente pure, ma il mio corpo sa che è giunto il momento di salutarci. Ma va bene così. Sono pronto a lasciarti andare… Ed entrambi sappiamo che, qualsiasi cosa farò, sarò sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5, 4, 3, 2, 1».

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