Mister arduino

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Un ingegnere, Massimo Banzi, ha inventato un hardware che ha conquistato il mondo. Il suo segreto? Regalarlo!

Partiamo da Arduino, ci spiega che cos’è?

«È un piccolo computer, grande come una carta di credito, che serve per programmare e creare oggetti e progetti interattivi. Si rivolge in particolare ad artisti, designer, hobbisti. Arduino nasce nel 2005, quando insegnavo Design interattivo a Ivrea e avevo l’esigenza di avvicinare i miei studenti agli aspetti tecnologici, perché potessero gestire in autonomia i loro progetti robotizzati. Oggi Arduino è utilizzato in tutte le principali scuole di design del mondo, compreso il Mit (Massachusetts institute of Technology, http://web.mit.edu). La parte software è totalmente gratuita e può essere scaricata on line in una logica open source, di condivisione».

Ma allora dov’è il vostro guadagno?

«Le schede, cioè la parte hardware, sono in vendita a 50 euro. A oggi, ne sono state vendute 130mila in tutto il mondo (oltre a 50mila-60mila realizzate in proprio o clonate). Le aziende produttrici, con cui stipuliamo un accordo, ci guadagnano. Noi invece ne ricaviamo solo dei piccoli contributi che vengono fatti all’azienda, con l’obiettivo di finanziare il progetto. Non abbiamo brevettato nulla, se non il nome. Arduino, infatti, garantisce un accesso facilitato alla tecnologia, una visione semplificata di un mondo complesso. Chi si rivolge a noi, sa di poter trovare tutte le istruzioni e i componenti per realizzare il suo progetto. Il nostro guadagno sta nell’indotto: ho scritto libri pubblicati in varie lingue, tenuto conferenze in mezzo mondo. E, soprattutto, ho seguito e seguo come consulente molti progetti nati da Arduino».

Quali i punti di forza di Arduino?

«La gratuità, che permette una rapida diffusione e la nascita di un gruppo di “appassionati”. La semplicità di utilizzo, che consente a tutti di realizzare progetti e oggetti anche complessi. Il nome: evocativo, non troppo generico come molti termini tecnologici. E l’etichetta Made in Italy».

Quanto vi costa in più produrre in Italia?

«L’aggravio è notevole, perché in Italia le tasse e il costo del personale incidono molto. Però, alla fine, la differenza sul prezzo finale è di pochi euro. E noi ci rivolgiamo a clienti che spendono volentieri qualcosa in più a fronte della garanzia che chi ha realizzato le schede lavora in condizioni e ambienti idonei, con uno stipendio adeguato. Non solo, abbiamo anche aderito al progetto Impatto zero (http://servizi.lifegate.it/newimpattozero/index.asp), che prevede di piantare alberi per compensare la quantità di CO2 prodotta».

Ma torniamo ad Arduino. Che cosa aiuta a realizzare?

«Di tutto, dai progetti più seri ai gadget più divertenti. A New York è stato inventato un dispositivo che, collegato a una pianta da appartamento, comunica con Twitter quando la pianta ha sete, caldo, troppa luce… Un altro dispositivo, collegato al motore dell’auto, consente di verificare in tempo reale il consumo di carburante. O ancora, un dispositivo che permette di azionare la macchinetta del caffè con un telecomando o un altro che ci avvisa quando viene aperta la porta di casa nostra. C’è poi anche un vestito per donne incinte, programmato in modo da inviare un messaggio su Twitter ogni volta che il futuro baby dà un calcetto. Molti progetti si interfacciano con Twitter, perché è di moda. Ma anche perché consente una comunicazione in tempo reale».

Qual è un requisito base di tanti oggetti e progetti di successo?

«Sicuramente coniugare funzionalità e design. L’iPhone è un brillante esempio in questo senso. Bocciate invece le macchinette che emettono i biglietti nella metropolitana milanese. Sono state progettate da ingegneri che non tenevano in alcun conto le esigenze degli utilizzatori, non sono intuitive. Tanto che nella fermata della metrò di Sant’Agostino, a Milano, gli addetti hanno aggiunto un foglietto scritto a penna, con le istruzioni da seguire. Esempio eclatante di un fallimento nella progettazione. In questo gli inglesi sono molto più bravi: si preoccupano meno del design, ma puntano tutto sulla funzionalità».

Di lei hanno scritto molti giornali americani…

«Una delle strade per farsi notare nel nostro Paese è quella di diventare famosi prima all’estero. Del resto, chi innova va anche incontro alle critiche. Il Pc, agli inizi, era accusato di banalizzare il mondo dei computer. Arduino, secondo alcuni, banalizza quello dell’elettronica. Noi andiamo avanti con il modello di business dell’open source. Perché regalare, alla fine, paga».

Com’è la situazione per fare impresa in Italia?

«Attualmente è disastrosa. Si sostengono le vecchie aziende che operano con concetti ormai superati, mentre non si fa nulla per avvantaggiare quelle più innovative. Le tasse sono alte, il sistema non aiuta. L’imprenditore dice al suo commercialista “Voglio assumere” e si sente rispondere “Lascia perdere. Piuttosto, compra un macchinario”. Conviene aprire un’azienda all’estero. In Inghilterra, per esempio, dove i tempi sono più rapidi e i costi inferiori. Ma bisogna conoscere le lingue. L’inglese, in particolare, è diventato un requisito base, per tutti».

Lucia Ingrosso Millionaire 02/2010

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