Mollo tutto per portare energia elettrica nei villaggi del Ghana

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Inviato in Ghana dalla Vodafone, molla tutto per lavorare in un’industria nascente: porta microsistemi solari nei villaggi più sperduti del Paese.

«Se volete cambiare il mondo, non andate in Silicon Valley, venite qui. La tecnologia ha un enorme impatto sociale». Simone Vaccari, 29 anni, è il country manager per il Ghana di Peg, un’impresa creata in Africa a fine 2014 da Nate Heller (americano, 40 anni) e Hugh Whalan (australiano, 33 anni). In un anno e mezzo Peg ha conquistato 13mila clienti, assunto 78 dipendenti e raccolto finanziamenti per oltre 7 milioni di dollari. «Ieri abbiamo chiuso il mese record di vendite. E oggi iniziamo con le vendite in Costa d’Avorio. A dicembre, per Natale, le nuove solar tv andranno a ruba nei villaggi. Sono contento di essere qui, a volte è dura, ma ne vale la pena. È un’esperienza indimenticabile».

Il grande problema dell’energia

«L’energia elettrica è uno dei problemi più grandi in questa zona dell’Africa. La gente vive senza elettricità. Usa ancora lampade al kerosene, che danneggiano occhi e polmoni, causando asma, bronchite, cancro. È stato stimato che il kerosene sia la causa di 1,5 milioni di morti l’anno. Non solo: queste lampade, se cadono, possono bruciare capanne e villaggi interi. E per il kerosene, in Africa, una famiglia spende 50 centesimi al giorno. Così arriviamo noi e vendiamo ovunque, a chi non può permetterselo, un microsistema solare in leasing. Il sistema, con due lampade Led, torcia, radiolina e carica per il telefonino, costa la stessa cifra del kerosene: 50 centesimi al giorno. La luce riduce la povertà e salva la vita. Permette alle popolazioni dei villaggi di lavorare di sera, tenere aperti i negozi, studiare, cucinare. E di non ammalarsi».

Come si paga?

«Il sistema solare utilizza una mobile technology. All’interno di questo sistema c’è una sim, come quella dei telefonini. I clienti pagano da remoto con il mobile money, cioè con un sistema che sfrutta il cellulare come se fosse un conto bancario. In Africa tutti hanno un telefonino, magari di basso valore, ma che funziona. In un anno di pagamenti giornalieri, il sistema solare è loro. L’apparecchio dura cinque anni. Se non pagano, il sistema automaticamente si spegne. Ma la cosa interessante è un’altra…».

Il mobile payment

«Grazie al mobile payment, raccogliamo una storia di credito. Sappiamo se il cliente è un buon pagatore, in quale mese paga di più, in quale di meno e sappiamo quello di cui ha bisogno. Possiamo offrirgli altri prodotti di qualità (in Africa c’è un invasione di prodotti di pessima qualità) per permettergli di condure una vita migliore. In alcuni villaggi, per esempio, si cucina ancora con le stufe a carbone, che sono costose: una famiglia spende in carbone 3 euro a settimana. Per la stessa cifra noi gli consegniamo una stufa ecologica, che consuma meno e funziona di più».

Come si vive nei villaggi?

«La vita per loro è una battaglia quotidiana. Vivono una vita dura e molto dispendiosa. Non hanno il senso del risparmio. Se hanno in tasca un euro lo spendono. Con questo sistema li aiutiamo a sostituire spese inutili e dannose come quella per il kerosene».

Come sei arrivato in Ghana?

«Dopo la laurea in Bocconi, ho fatto un master in Spagna. Poi sono andato a Londra. Nel 2010 sono stato assunto in Vodafone Uk e sono entrato nel Discover Graduate Programme, il programma di formazione per neolaureati. Ho cercato subito di capire come farmi notare per andare in un Paese emergente. Dopo quasi tre anni sono stato selezionato per un programma internazionale in Ghana. L’ho saputo a Natale. Quando ho avvisato mia moglie Sabrina che saremmo partiti per Accra, si è messa a piangere: dovevamo lasciare tutte le nostre sicurezze per andare incontro a una dura realtà. Ma a gennaio eravamo già qui, pieni di voglia di scoprire un mondo nuovo».

Una volta ad Accra, come è stato l’impatto?

«Vivere in un mondo così diverso cambia profondamente la tua percezione della vita. Mia moglie, Sabrina Ghiddi, ha iniziato a fare la volontaria per Operation Smile (www.operationsmile.org), un’organizzazione umanitaria che offre interventi chirurgici per bambini con il labbro leporino. Sabrina è riuscita a trasformare questa avventura in un lavoro. Oggi ha 28 anni ed è manager per l’Africa per questa associazione. Coordina training per medici e infermieri disposti a operare gratuitamente, cerca gli sponsor, si batte. Conquistato dal suo entusiamo, ho iniziato a pensare che anch’io volevo fare la mia parte».

Ho cambiato vita in un’ora

«Mancavano sei mesi alla fine del programma della Vodafone, sarei dovuto rientrare a Londra per essere promosso quadro. Avevo la possibilità di una carriera brillante. Ma non potevo più tornare a quella vita. Volevo mettere la mia esperienza commerciale in un’azienda che avesse un impatto sociale. Avevo letto di questa industria nascente già nel 2013 a Milano. E ne ero rimasto affascinato. E proprio tra i clienti di Vodafone, in Ghana, c’era Nate, il fondatore di Peg, che vive ad Accra da anni. Gli ho scritto una email, ci siamo incontrati un’ora e dopo un paio di giorni ho deciso di seguirlo. Tutti mi dicevano che ero pazzo. Ho rischiato. Oggi faccio qualcosa di diverso da quello che si aspetta la gente, ma sono felice».

E tornare a casa?

«Mai. O almeno non ora. Qui ci “spacchiamo” di lavoro, alle 23 a volte siamo ancora al computer, ma facciamo qualcosa che ci piace. E quando siamo stanchi, prendiamo la moto e andiamo al mare o nei villaggi ad aiutare i bambini. Facciamo del bene e ci divertiamo un sacco».

Cosa consigli ai giovani italiani?

«Prendetevi un anno sabbatico e partite. Andate in Kenya, in Colombia, in Asia. Invece di andare in Silicon Valley a sviluppare un’altra App, venite qui. Contribuite in un settore a forte impatto sociale. In Peg siamo sempre alla ricerca di giovani. Oppure fate un programma di volontariato. E fatelo presto. Capirete cosa volete fare della vostra vita. Io l’ho capito tardi».

Come mai?

«Ho costruito il mio percorso in modo da essere il più velocemente possibile sulla vetta. Per essere faster at the top. Senza sapere che cosa volessi davvero. Ero in quarta liceo e già facevo i test per entrare in Bocconi. Ero in università e già pensavo a dove fare il master. Mentre ero in Spagna, cercavo già dove andare a lavorare. A Londra, quando lavoravo per la Vodafone, puntavo a un Paese emergente dove trasferirmi. Sono sempre andato il più veloce possibile verso quella che pensavo fosse la direzione giusta. Ho scoperto la mia strada a 28 anni, ma avrei potuto scoprirlo prima. Quando vedevo inglesi e americani prendersi un gap year, a 18 anni, per andare in un villaggio a insegnare in Bangladesh o in Angola pensavo fosse una scelta fine a se stessa. Poi ho conosciuto gente che ha fatto questa esperienze e ha trovato il senso della vita. Che non è necessariamente un lavoro sociale. Nessuno di loro ha fatto poi il maestro, l’insegnante o il missionario. Ma hanno capito il loro percorso di sviluppo. Che è diverso da quello di tutti gli altri. Trovare la propria strada è più facile quando ti metti in gioco».

Info: http://www.pegafrica.com/

Per scrivere a Simone: svaccari@pegafrica.com

 

Da un estratto dell’articolo “La mia Africa” pubblicato su Millionaire di ottobre 2016. 

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