Troppo odio on line: un’italiana in Somalia crea una piattaforma che cambia i post pieni di insulti

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Selene Biffi (credit Manuel Coen)

«A luglio dello scorso anno ero a Kabul, proprio nel periodo del primo grosso attentato dell’ISIS. Sui social viaggiavano notizie non attendibili e piene di odio. Facevo fatica a spiegare a casa come la situazione in Afghanistan fosse molto più complessa di quanto si vedesse in televisione o nei commenti agli articoli online» ci racconta Selene Biffi, 34 anni, startupper e ricercatrice italiana che da sempre lavora perché tutti possano diventare protagonisti del proprio destino.

Selene ha creato la sua prima startup a 22 anni, con soli 150 euro. Organizzava corsi di formazione online. Consulente dell’Onu, ha poi avviato in Afghanistan Plain Ink, una scuola per cantastorie. E ora si trova in Somalia per creare il primo incubatore per startup voluto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Da qui Selene Biffi ha appena lanciato Loudemy, una piattaforma di chatbot (software capaci di dialogare come un essere umano) che riescono a contrastare l’odio, gli insulti e la disinformazione online. «Proprio durante quell’attentato ho visto il diffondersi di posizioni assurde di persone che in Afghanistan non c’erano mai state, ma si sentivano in dovere di criticare qualsiasi cosa. Ero sconvolta dal linguaggio d’odio (hate speech) che prevaleva in ogni conversazione online e ho iniziato a pensare a come risolvere il problema. Cosi è nata Loudemy» spiega Selene.

Dall’idea alla piattaforma: come hai fatto?

«Ho iniziato a mettere insieme un team di sviluppatori. Non è stato facile trovare quelli giusti: non si trattava di sviluppare chatbot per un “servizio clienti”, ma creare qualcosa di unico, che potesse partecipare in maniera indipendente alle conversazioni sui social e intervenire sulle tematiche più disparate. Non solo: avevo anche un problema di risorse economiche. Dovevo coprire i costi di sviluppo. Mi sono autofinanziata con 20 mila euro. Ho cercato sviluppatori tra Italia, India, Portogallo, Svizzera. Li ho trovati a Padova: Adriano e Davide. A febbraio abbiamo cominciato a sviluppare l’algoritmo. Ora siamo pronti con la versione beta».

Come funziona Loudemy?

«Immaginate un botta e risposta per cambiare quei post pieni di insulti e informazioni false su temi attuali quali politica, diritti umani, ambiente, tolleranza religiosa. Basta cliccare su http://loudemy.com, scegliere gli argomenti che ci stanno a cuore, selezionare le fonti che i chatbot utilizzeranno (presi da organizzazioni internazionali, istituti di ricerca, istituzioni di vario tipo) e collegare Loudemy ai social. Il nostro algoritmo vi permetterà di contribuire a conversazioni su Facebook, Twitter, Instagram e Youtube, in automatico».

Obiettivo: usare l’intelligenza artificiale per cambiare il mondo? «Obiettivo: stemperare i toni delle conversazioni online, promuovendo rispetto e informazione corretta. Se poi potesse cambiare almeno un angolino di mondo, beh non sarebbe male… ».

Quali sono invece gli obiettivi di business?

«La piattaforma è disponibile in due versioni: gratuito per gli utenti individuali e a pagamento per organizzazioni, associazioni, enti, giornali e altre imprese. La versione a pagamento è personalizzabile a seconda delle necessità del cliente».

Dall’Afghanistan alla Somalia: per i tuoi progetti imprenditoriali hai spesso vissuto in zone di conflitto. Cosa stai facendo ora?

«Sono a Mogadiscio, dove in un container lavoro ogni giorno per lanciare un incubatore per startup che l’Onu mi ha chiesto di aprire in Somalia. Finito il Ramadan, saremo pronti per partire con i primi workshop per gli aspiranti startupper. Oltre 500 persone – per lo più sfollati interni che si spostano a Mogadiscio per sfuggire alla siccità, all’epidemia di colera e agli scontri in corso – potranno seguire corsi e ricevere supporto monetari per aprire la propria attività in campi come le energie rinnovabili, le telecomunicazioni, la salute e i servizi finanziari».

Come vedi l’Italia e il mondo delle startup da lontano?

«La Somalia è un posto unico in termini di sfide. Da qui vedo quanto potenziale ci sia in Italia, e come spesso venga quasi sprecato per soluzioni “piccole”. In Somalia gli aspiranti startupper hanno grandi sogni e cercano di risolvere problemi importanti per le loro comunità e città, con un occhio alla sostenibilità economica».

Un consiglio ai giovani italiani?

«Sognate in grande, sempre, e fate almeno un tentativo prima di lasciare perdere. Non tutte le idee si trasformano in imprese, ma provateci sempre. Potrete imparare e crescere».

 

 

 

 

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