Al Burning man il raduno più pazzo del mondo

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Nel mezzo del deserto del Nevada c’è una città che esiste per una sola settimana all’anno. Un luogo dove 50mila persone si riuniscono portandosi dietro tutto ciò che occorre per la sopravvivenza: sacco a pelo, tenda o camper, cibo, acqua, luce. La città si chiama Black Rock City e alla fine di agosto di ogni anno ospita un evento speciale. Festival della cultura alternativa, ritrovo anticapitalista, raduno di freak: tanti sono i modi in cui il Burning Man è stato definito. Ma per capire cosa sia veramente bisogna andarci. Il principio alla base del Burning Man è la libera espressione di se stessi. Ognuno qui può fare quello che vuole. Lo slogan? “Niente spettatori, solo partecipanti”. Il Burning Man è anche un evento di creatività “organizzata”: c’è chi presenta veri e propri progetti artistici, sulla base di un tema assegnato ogni anno (per il 2009 Evolution, l’evoluzione). «Sculture enormi, installazioni di vario tipo, a volte legate a performance che seguono un calendario preciso durante la settimana, si stagliano nella magnifica cornice del deserto» spiega Alessandro Franchini, giovane manager che per due volte è stato al Burning Man. «Negli anni si è visto di tutto: sottomarini, animali giganti, templi, ricostruzioni di ambienti e panorami, e i cosiddetti mutant vehicles, cioè automobili con strutture architettoniche incorporate, come quella che trasporta sul tetto il Golden Gate Bridge (il famoso ponte di San Francisco). Il primo giorno le installazioni vengono montate. L’ultimo giorno bruciate». E proprio il fuoco è una costante dell’evento, anzi il suo elemento fondante: il nome Burning Man deriva dal fantoccio di legno che fu dato alle fiamme per la prima volta su una spiaggia di San Francisco nel 1986, come esperimento creativo di un gruppo di amici. «Eravamo una ventina di persone riunite una sera d’estate a Baker Beach» ha dichiarato Larry Harvey, fondatore e attuale direttore esecutivo del Burning Man. «Insieme al mio amico Jerry James (l’altro fondatore, ndr) avevo costruito una statua di legno alta due metri e mezzo. A un certo punto fui attratto dall’irresistibile de- siderio di bruciarla. Via via che le fiamme aumentavano, le persone accorrevano da ogni parte. Si era creata una strana atmosfera: senza saperlo avevamo dato inizio a un rituale». Quale sia stata la vera ragione di quel gesto non si sa, forse una delusione amorosa, ma quel che è certo è che con il tempo è stata interpretata come un gesto di ribellione alla società, volto a far rinascere un “uomo nuovo”. E ancora oggi la statua di legno, che nel frattempo ha raggiunto proporzioni gigantesche, viene bruciata a conclusione della settimana del Burning Man.
Da San Francisco al Nevada: l’evento diventa mitico Intanto, con gli anni, l’evento ha cambiato sede e connotati. «Nel 1990 la polizia di San Francisco decise di vietare il rogo del fantoccio, per il pericolo che le fiamme potessero provocare un incendio di maggiori proporzioni» racconta Molly Steenson, una delle testimoni di quell’epoca. «La comunità di adepti, che nel frattempo ammontava circa a un centinaio di persone, si dovette trasferire, e il deserto del Nevada sembrava l’unico posto disponibile». Spostarsi a così tanti km da San Francisco, e soprattutto in una zona priva di servizi e lontana da tutto e da tutti, ha trasformato il Burning Man in un evento mitico. «Ci si sente un po’ dei pionieri. Per raggiungere Black Rock ci vogliono ore e ore di macchina. La città più vicina è Reno (120 miglia a sud), dove è possibile fare gli ultimi rifornimenti: piatti, bicchieri, generatori di corrente, acqua» racconta Franchini.
Black Rock è un posto stupendo (ma ostile) Un’immensa spianata di terra arida circondata da montagne. È il letto di un antico lago ora prosciugato, dove di giorno le temperature raggiungono 40-42 °C, ma di notte può fare anche molto freddo. Lo chiamano La Playa perché assomiglia a una spiaggia, ma non è fatto di sabbia. Il terreno è durissimo, per piantare le tende occorrono dei paletti di metallo. Ma quando si alza il vento, quello stesso terreno si solleva nell’aria, all’improvviso. Ed è tempesta. Con il tempo il Burning Man ha perso molte delle caratteristiche leggendarie degli inizi. «Il numero di partecipanti all’evento cresceva di anno in anno» spiega Andie Grace, Communication Manager dell’evento. «E si è resa necessaria un’organizzazione. Nel 1997 i due fondatori hanno creato la Black Rock City Llc: una società senza scopo di lucro (serve esclusivamente a produrre l’evento e supportare la comunità) che oggi gestisce un budget enorme: nel 2008 le spese ammontavano a 14 milioni di dollari. Denaro necessario a creare le strutture: recinzioni, strade, bagni chimici, servizi di emergenza (medici e pompieri), assicurazione. E a pagare il personale. Oggi siamo in 30 a lavorare a tempo pieno durante tutto l’anno, oltre a decine di lavoratori stagionali che assumiamo nel periodo che precede e segue l’evento». Ma il business organizzato non piace a chi amava lo spirito selvaggio del Burning Man. L’evento è sempre stato avverso alle sponsorizzazioni (è uno dei suoi principi), ma dietro le installazioni più grandiose negli ultimi anni si avverte la presenza di capitali societari. Lo conferma il New York Times, che già tre anni fa raccontava che l’azienda automobilistica Lexus, per lanciare il suo nuovo modello di auto di lusso, aveva organizzato alcune feste in cui l’auto era presentata all’interno di piccole caverne. E che, guarda caso, una copia di tali caverne, in formato gigante e illuminata, era stata presentata all’edizione del Burning Man di quell’anno. Oppure il caso di un uomo d’affari belga che aveva speso 500mila euro per spedire per un mese nel deserto nel Nevada una squadra di 85 persone, completa di designer, per costruire un’enorme installazione, oltre a 20 giornalisti per descrivere lo spettacolo.
Con le aziende, arrivano i manager Da Wall Street alla Silicon Valley, sono sempre di più i colletti bianchi che, un po’ per divertimento un po’ per liberarsi dagli schemi della vita di tutti i giorni, decidono di passare una settimana all’insegna della libertà. «Un giorno ho visto un uomo che andava in giro completamente nudo. Era un manager della Goodyear. A chi gli domandava perché lo facesse, rispondeva che almeno per una settimana all’anno voleva fare quello che gli pareva» racconta Franchini. «Quando torno a casa dal Burning Man» ha dichiarato il senior executive di una grande compagnia di Wall Street «mi sento un dirigente migliore in termini di innovazione e creatività». Il Burning Man accoglie tutti coloro che desiderano parteciparvi. «Non operiamo alcun tipo di selezione all’entrata. Uno dei nostri principi base è la radical inclusion. E in questi anni si è visto di tutto: dai bambini agli anziani, dai vecchi hippy agli studenti, dagli artisti ai professionisti. Il Burning Man è un campione rappresentativo dell’umanità» conclude Andie Grace.
INFO: www.burningman.com

testimonianza
«è un viaggio dentro se stessi»
«È un’esperienza unica, che non si può paragonare a nessun’altra» racconta Alessandro Franchini, tarantino trapiantato a Milano, project manager in una società di servizi. «Ne ho sentito parlare per la prima volta nel 2000, durante un soggiorno negli Stati Uniti, ma non avevo mai avuto il coraggio di andarci. Fino a due anni fa, quando con un’amica ho partecipato per la prima volta all’evento. È stata un’emozione a 360 gradi, così sono ritornato una seconda volta. Il senso di comunità e di condivisione che si vive in quella settimana è molto forte. Immaginate di poter fare tutto quello che volete, senza limiti o censure. Si può ballare, travestirsi, pregare, spogliarsi, fare l’amore. Il tutto nello spirito della gift economy, l’idea di donare qualcosa agli altri senza aspettarsi niente in cambio. Chi sa fare i massaggi può massaggiare, chi sa ballare la salsa può improvvisare una scuola di ballo. C’è chi organizza sedute di yoga, chi apre laboratori di tatuaggi, chi offre da bere e da mangiare. E quando si torna non si è più gli stessi. Quando ho ripreso la mia vita a Milano, i primi tempi andavo in metropolitana e sorridevo alla gente. La mia amica, tornando, ha avuto la forza di licenziarsi. Il viaggio per il Burning Man è un viaggio dentro se stessi».

di Tiziana Tripepi – t.tripepi@nuovo.millionaire.it. L’articolo è pubblicato su Millioniare di luglio/agosto 2009.

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