Nomen omen

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Per battezzare un prodotto, una start up, un sito Internet, un blog, un progetto di qualsiasi natura abbiamo davanti tre strade: affidarci a un consulente esperto in naming (cosa che può costare svariate migliaia di euro a seconda del committente e del valore strategico del marchio da ideare), riunirci in un brainstorming con le altre persone coinvolte o guardarci dentro e dare libero sfogo alla nostra creatività. Insomma, dare un nome a una creazione è come battezzare un figlio. Ci mettiamo dentro tutti i nostri sogni, le aspirazioni, le cose belle da ricordare, un suono che ci piace sentire e pronunciare, e soprattutto un augurio. Nomen omen, in un nome c’è un destino, dicevano già i latini.
«Quando diamo un nome a qualcosa, che si tratti di un bar da aprire all’angolo, di una squadra di calcetto amatoriale, di un’azien- da, un prodotto di cui auspichiamo il successo planetario, figuriamoci poi un figlio, investiamo tutte le nostre forze creatrici» sottolinea Claudio Favaretto, autore di un’originale interpretazione dei significati nascosti tra i nomi. «In un nome sono racchiusi ricordi, aspirazioni, speranze. Chiamare un figlio Vittorio, per esempio significa augurargli un futuro brillante. Ma può anche manifestare un conflitto interiore che si sta vivendo in quel momento: chi chiama un figlio Vittorio può manifestare il suo desiderio di rivalsa dopo una recente sconfitta. Se un bambino viene chiamato Leonardo (forte e coraggioso come un leone) c’è da chiedersi “a chi è mancato il coraggio in famiglia?”. Nel caso di Andrea (da andros, uomo) “manca la figura maschile in casa?”.
Amore, che bel nome che hai!
Curiosamente anche il partner può essere scelto inconsciamente in base a come si chiama. E siccome nelle relazioni interpersonali i simili in qualche modo si riconoscono e si attraggono, non è per niente raro che un Roberto sposi una Roberta, come nel caso del motivatore Roberto Re. «Più spesso le unioni avvengono tra persone con nome diverso, ma il cui significato profondo, o il conflitto nascosto, è lo stesso. Alcune coppie si integrano solamente nei nomi, altre solo nei cognomi, altre in entrambi e altre ancora incrociano i conflitti nel nome di uno con il cognome dell’altro e viceversa. È il caso di una delle più longeve coppie nel mondo dello spettacolo: Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Sandra significa “allontanata dalla famiglia” (Alessandro il Grande fu “invitato” dal padre Filippo a crearsi un suo regno) e Vianello contiene un altro invito palese ad andarsene. E Raimmondo è sicuramente attratto da una Mondaini che monda, ossia pulisce» spiega Favaretto.
Come battezzare un’azienda
Quando dobbiamo trovare la denominazione di un’azienda, di una marca o di un singolo prodotto, sappiamo che il marchio ha compiti specifici: attirare l’attenzione dei clienti, distinguersi dalla concorrenza, rendere il nostro oggetto unico e facilitare le azioni di marketing correlate. Ma quali sono le regole classiche? Come si fa a raggiungere questi obiettivi ed essere quindi efficaci? Ricordate che il nome deve farsi vedere e sorprendere, distinguersi, acquisendo un campo proprio, diverso da quello dei concorrenti. E più che descrittivo deve essere seducente e suscitare emozioni. Spostandoci sul Web troviamo, oltre a questi, altri criteri da seguire per un nuovo sito o un blog. Il nome deve identificare la natura del servizio o prodotto, deve essere facile da scrivere e da pronunciare, deve contenere massimo due parole. Ma quando scegliete un nome, fatelo sempre con il cuore. Anche nel freddo mondo degli affari i sentimenti giocano un ruolo fondamentale.
«Nel creare qualcosa, noi investiamo in un progetto cui diamo una missione e una direzione – conclude Favaretto. In quel momento siamo “creatori”, attiviamo la parte “divina” che c’è in ognuno di noi, il nostro sé autentico. Chi fonda un’azienda non lo fa solo per i soldi, ma anche per essere in qualche modo utile all’evoluzione della specie: Bill Gates è diventato l’uomo più ricco del mondo proprio perché si è chiesto di che cosa l’umanità poteva aver bisogno in quel momento. Un nome per un’azienda o un prodotto vincente deve a mio avviso rispondere in qualche modo ai bisogni fondamentali dell’uomo: sicurezza, bisogno di importanza, amore, unione, senso di appartenenza, crescita, evoluzione. Un nome che non si trova se ci si affida al solo processo mentale e non si scava invece nel profondo. Attivando però il sé autentico, vengono a galla le nostre memorie più antiche e con esse anche i nostri conflitti. Per esempio, Leonardo Del Vecchio, che era un orfano dei Martinitt di Milano, potrebbe aver chiamato la sua azienda Luxottica, per manifestare la sua ricerca di un padre (la “luce”, il sole, simbolicamente il dio padre). E così facendo ha inventato il marchio leader nella produzione di occhiali a livello mondiale.

dimmi come ti chiami
L’analisi di nome e cognome può fornire indizi utili. «Nella mia carriera di venditore – racconta Favaretto – quando avevo un appuntamento importante, cercavo di immaginarmi mentalmente il tipo di persona che avrei incontrato, conoscendone solo nome e cognome. Una volta messo piede nel suo ufficio, con una rapida occhiata a foto, quadri e toni di colore, capivo come avrei potuto entrare in empatia con il mio interlocutore e destare un interesse in me e nella mia azienda. Per esempio: il cliente si chiama Ettore Piazza, (il guerriero dell’Iliade associato alle piazzeforti, le prime piazze della storia). Il suo ufficio è arredato con rigore militare, il tagliacarte è una sciabola in miniatura, nella libreria alle sue spalle intravedo una copia dell’Arte della guerra di Sun Tzu. Per “vincerlo”, dovrò usare parole come “strategia, conquista del mercato, prodotto di punta” e poi mi preparerò per rispondere al fuoco di fila delle sue domande».

di Cristina Galullo – redazione@nuovo.millionaire.it. L’articolo è pubblicato su Millionaire di settembre 2009.

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