Parla l’uomo ghepardo

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Ha fatto dei ghepardi la ragione della sua vita. Olivier Houalet, 28 anni, francese, da 10 vive in Namibia, dove c’è una speranza concreta di salvare gli animali dall’estinzione. Qui se ne contano 2.500. Olivier, già ribattezzato “Il nuovo Tarzan”, vive nell’Amani Lodge, una tenuta immersa nella natura, situata su un altopiano a oltre duemila metri d’altitudine, e si prende cura degli esemplari feriti, imprigionati o braccati, restituendo loro l’indipendenza. La sua storia, raccontata da un documentario dal titolo Cheetah Man, ha già fatto il giro del mondo. Millionaire l’ha intervistato.
Com’è nata la tua avventura?
«Non sono stato io a scegliere i ghepardi. Mi hanno scelto loro, nel 1998, quando sono arrivato in Namibia per la prima volta. Il loro magnetismo mi ha toccato nel profondo fin dalla prima volta in cui ne ho visto uno vivo. Addomesticato, era prigioniero in un recinto, privato della sua libertà e della sua natura selvaggia, destinato a essere un eterno recluso».
Poi cosa è successo?
«Quel giorno ho giurato a me stesso che mi sarei impegnato a liberarli, salvarli, allevarne gli orfani in modo da restituirli alla vita libera, alla natura. Ho iniziato così, con il riscatto di quel triste prigioniero, quella che oggi considero la mia missione. Ho vissuto con i ghepardi in un recinto per otto mesi e ho trovato una sorta di linguaggio per comunicare, farmi rispettare, reinsegnare a cacciare e quindi riconquistare la possibilità di un’esistenza al di fuori della gabbie».
Ma come si insegna l’indipendenza a un animale dopo mesi, o addirittura anni, di cattività? «I ghepardi possono essere addomesticati con grande facilità e sviluppano una vera dipendenza affettiva per le persone che li allevano. Dal tuo comportamento sentono se trasmetti forza e rispetto, lo percepiscono e capiscono che non vuoi far loro del male. Ma per restituire loro la libertà ho capito che avrei dovuto cambiare il mio modo di pensare».
Come hai fatto?
«Il primo passo è stato comprendere che l’istinto di un animale prigioniero è molto debole. Così ho deciso di eliminare dal mio comportamento i gesti d’affetto tipici dell’uomo. Poi ho cominciato a osservare come si muovevano, come comunicavano con il loro linguaggio corporeo: ho dimenticato la mia visione umana della vita e mi sono calato in quella animale. E ho capito che chi si mette a correre davanti a un ghepardo farà la stessa fine dell’antilope: morirà divorato. La prima cosa che ho imparato è stata che, se si vuole vivere a lungo in stato brado, non si può mostrare di aver paura. Ma non c’è nemmeno il modo di fingere di non aver paura».
Non ne hai mai avuta?
«Calandomi nell’ambiente in cui sono nati, ho iniziato a pensare come loro. Presto sono riuscito a intuire e a prevedere le loro reazioni. In questo modo ho sconfitto la paura, sviluppando istintivamente il modo di fronteggiarli quando mi sfidavano. Ma basta poco tempo per instaurare con loro un rapporto di fiducia».
Che tipo di animale è il ghepardo?
«A differenza di altri grandi felini, i ghepardi sono cacciatori diurni: la loro strategia predatoria consiste nello studiare da
lontano la vittima prescelta per poi avvicinarsi allo scoperto, giocando sul senso di sorpresa che paralizza la preda. Arrivati a 10 metri di distanza, si lanciano in un balzo rapidissimo e si avventano sul collo della vittima: la debolezza della mascella e le dimensioni ridotte dei denti obbligano a una tecnica di uccisione per soffocamento, anziché con la rottura delle vertebre come fanno tigri e leoni». Chi è il loro principale nemico? «L’uomo. Ha sterminato i ghepardi in safari di puro gusto venatorio e ucciso con uguale indifferenza la maggior parte delle prede di cui si cibano, come gazzelle e zebre. Numerosi tuttora i casi di morte per denutrizione dei felini. Massiccio in passato anche l’abbattimento per l’industria della pellicceria, oggi vietatissimo, mentre è sempre all’ordine del giorno la minaccia rappresentata dalle fattorie, che riducono lo spazio vitale dei predatori e li sopprimono per assicurarsi contro eventuali attacchi al bestiame. È difficilissimo trovare i giusti luoghi in cui liberare questi animali. Per proteggerli bisognerebbe costruire altri recinti, lì dove il mio obiettivo è l’eliminazione dalle gabbie».
Che cosa ti ha dato questa esperienza?
«Ora so che è meglio vivere liberi, seppur per un periodo breve, piuttosto che a lungo ma in prigionia. So che devo imparare ad accettare la morte ma anche ad apprezzare la vita nella sua dimensione più piena, senza mai darla per scontata. Tutti dobbiamo morire. La natura insegna a capire quale immenso dono sia la vita. Ma solo un’esistenza piena, non la semplice sopravvivenza, ci consente di esprimere i particolari talenti che sono propri di ciascuno di noi. Stare con i ghepardi per me è una missione e una sfida: prendermi cura di un altro essere. Ed è uno scopo alla mia vita. Vivere con i ghepardi significa anche capire cos’è la lotta quotidiana per procacciarsi il cibo. Per sopravvivere è necessario sviluppare un forte senso di determinazione, ma anche di umiltà e pazienza». Dopo il rilascio, i tuoi piccoli si sono dimostrati indipendenti?
«In alcuni casi no. Spesso si sono dimostrati impreparati e per cibarsi hanno puntato le prede più deboli, cioè le mandrie degli allevatori. Per evitarne l’abbattimento è stato loro necessario il ritorno nell’Amani Lodge e una nuova fase di rieducazione».
Cosa si prova a vivere vicino ai ghepardi? «È bellissimo: non sono come gli uomini, ossessionati dal correre del tempo e da mille impegni. I ghepardi scandiscono la propria giornata occupandosi con rilassatezza del cibo, del territorio e della riproduzione».
L’Arabia ha dichiarato la scomparsa dei ghepardi dal proprio territorio nel 1950, seguita due anni dopo dall’India, mentre l’estinzione dall’Africa settentrionale è avvenuta negli anni 60. Nel 1990 in Namibia è stato creato il Fondo per la conservazione dei ghepardi (www.cheetah.org) che cerca soluzioni per la convivenza con gli allevatori: tra le iniziative, l’iniezione alle mandrie di un liquido innocuo ma repellente per i felini e l’adozione di cani che proteggono il bestiame senza però uccidere i predatori. L’Amani Lodge collabora con il Fondo e offre cibo e cure veterinarie specializzate per gli animali in stato di necessità. Qual è il tuo sogno?
«Sogno un futuro, magari molto vicino, in cui la mia missione non ha più senso di essere e l’uomo non interferisce più con i ghepardi. E un mondo in cui potrei vivere con loro, non per loro».
INFO: www.amani-lodge-namibia.com 

Un’altra storia
«Ho mollato tutto per vivere coi ghepardi»
Per una vita ha lavorato in uno studio legale del Sudafrica senza riuscire a dimenticare la sua passione per i felini di grossa taglia. Nel 2006 ha deciso di dare una svolta alla sua vita con un prestito bancario. Il suo sogno si è concretizzato con l’acquisto di un cucciolo di ghepardo, pagato 6.500 euro a una riserva. Non è stato che l’inizio: per trascorrere tutta la giornata con il piccolo, Riana van Nieuwenhuizen, sudafricana di 46 anni, ha venduto tutto ciò che aveva e ha cercato un’occupazione compatibile con gli animali. La sorte l’ha aiutata a trovare lavoro in una riserva, dove ora si dedica anima e corpo – grazie anche a donazioni – ad allevare i felini e salvarli dall’estinzione con un programma di riproduzione. Per farlo ha creato il Fiela Funds Cheetah Breeding Project. E per sensibilizzare la gente al problema di sopravvivenza dei ghepardi propone la visita della riserva e il contatto con gli animali. In casa sua oggi vivono nove ghepardi e anche tre leopardi, un giaguaro e un leone: i cuccioli di casa mangiano 25 kg di carne al giorno e girano indisturbati tra le stanze al pari di un cagnolino. INFO: www.cheetahexperience.com

di Maria Spezia – m.spezia@nuovo.millionaire.it. L’articolo è pubblicato su Millionaire di giugno 2009.

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