«Io, italiano a Shanghai, chiuso in albergo per la quarantena dalle autorità cinesi: sono grato per questa esperienza»

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dragonetti shanghai

«Ho vissuto 15 giorni in quarantena centralizzata in un hotel designato dalle autorità cinesi, chiuso in una camera d’albergo di 14 metri quadrati. Senza asciugamani, senza saponette, senza piano cottura. Eppure provo un senso di profonda gratitudine per la Cina e per come sta gestendo questa emergenza.

Sono arrivato a Shanghai il 10 marzo, dopo 55 ore di volo e tre scali, proveniente da una zona rossa: l’Italia. Bari-Vienna-Tapei-Cina. Una volta atterrato, sono rimasto ore su un aereo semivuoto. Poi dopo diversi controlli (medico-sanitari e di routine), avrei dovuto essere portato a casa ma vivo nella zona storica, dove i palazzi non sono conformi alle rigide regole imposte dalle autorità. Così su un mini van sono stato accompagnato in hotel. Non era il Four Season ma era dignitoso. Mi venivano portati tre pasti al giorno sistemati su una sedia davanti alla porta della camera. Dei medici, bardatissimi, venivano a provarmi la temperatura del corpo due volte al giorno. Ho visto il mondo da un oblò. Mi sembrava di stare in un film. Ma sapevo che una volta uscito sarei tornato a una realtà “normalizzata”. Ora da cinque giorni sono nella mia casa, da tre sono tornato al lavoro, in una Shanghai che sta piano piano riprendendo ritmo. Ho imparato una grande lezione di vita: quando il vaccino non c’è, l’unico vaccino è il rispetto degli altri e il proprio senso civico. La Cina ti insegna questo: a rispettare le regole con consapevolezza».

Carlo Dragonetti, 26 anni, marketing manager, di Trani, vive a Shanghai da 5 anni. È noto al popolo del web per il suo discorso in cinese durante la cerimonia di laurea alla Normal University: il suo video è stato visto online più di 200 milioni di volte. Il 21 gennaio 2020, in occasione delle feste del Capodanno Cinese, Carlo torna in Italia per lavoro. Ha una valigia piena di programmi per sé e per la sua azienda. Eppure resterà bloccato per l’emergenza Coronavirus prima per 50 giorni in Italia poi per altri 14 giorni a Shanghai in una struttura del Governo cinese.

 

Cina-Italia-Cina all’epoca del Coronavirus

Prima tappa: Milano, fine gennaio, l’emergenza non è ancora in Lombardia. La Cina però comincia a bloccare i voli diretti. Il 23 febbraio, dopo lo scoppio dei primi casi in Lombardia, io decido di trasferirmi in una casa solitaria sul mare. In Puglia. Ho fatto una quarantena di 14 giorni, senza aver contatti con nessuno. A quel punto, il mio superiore, che è anche il mio mentore, mi ha detto: “Rientra, torna al lavoro in Cina. Sono preoccupato per te. Qui le misure sono più stringenti e quindi più efficaci”. Sono partito senza sapere che cosa mi sarebbe successo, ma ho vissuto l’esperienza in hotel a cuor leggero».

Così mi sono perdutamente innamorato della Cina

Appassionato delle lingue fin da piccolo («a 13 anni ho capito che avevo una grande passione e ho scelto il liceo linguistico, a 19 anni ho intuito che con inglese e francese non avrei trovato facilmente un lavoro, ma con il cinese magari sì»), Dragonetti si iscrive all’Università Cattolica di Milano. «Volevo a tutti i costi imparare il cinese, così ho convinto i miei genitori a mandarmi a Pechino per studiarlo veramente». Arrivato per il primo semestre del suo secondo anno, si innamora perdutamente di quella cultura. Rientra a Trani e ricomincia a cercare il modo di tornare in Cina. Fa un’esperienza a Vancouver, seconda città con più alto numero di cinesi fuori dalla Cina, e finisce per rendersi conto che la Cina è scritta nel suo destino.

Grazie a una borsa di studio del governo cinese riesce a laurearsi a Shanghai. Alla fine del quarto anno, la direttrice del dipartimento internazionale dell’università gli offre la possibilità di fare un master in relazioni internazionali. Alla fine del master, viene scelto dal Rettore per fare quel famoso discorso che ha fatto il giro del web. «Essere arrivato in Cina mi ha permesso di allargare gli orizzonti e di aprire la mente. Quando intraprendete una nuova sfida, non dovete smettere mai di lottare per i vostri obiettivi. Fidatevi di me».

Dopo quel discorso, la fama, tanti lavori, tanti nuovi contatti. «Ho conosciuto anche Bruno Vespa che mi ha offerto la possibilità di fare l’ambassador del suo vino in Cina. Venivo chiamato alle conferenze, dai brand per la pubblicità, ma a un certo punto mi sono detto: non voglio fare l’influencer, non è questo che voglio fare nella vita».

Shanghai si risveglia dopo 56 giorni di chiusura e ci insegna che…

Oggi Carlo è marketing manager di una grande azienda. Lo intervisto su WhatsApp. A Milano sono le 13. A Shanghai le 7 di sera. È appena rientrato dal lavoro, sta preparandosi una cena a base di spinaci. Passiamo più di 1 ora e 20 minuti al telefono.

«La città con 25 milioni di abitanti, in lock down per 56 giorni, ritrova il suo traffico. La gente ha ricominciato ad andare in giro, esce a mangiare la pizza, va al cinema, occupando un posto sì e due no. Certo, siamo cambiati. Abbiamo ancora paura. Portiamo tutti la mascherina chirurgica per proteggere l’altro. Non abbiamo abbassato la guardia. In tutti i locali pubblici ci viene misurata la temperatura con dei termoscanner, in tanti posti devi registrarti per l’ingresso o attraverso un codice QR o con carta e penna. I nostri movimenti sono tracciati: ma credo che tutti noi dovremmo fare un passo indietro sulla privacy per un bene superiore. C’è speranza. Tutti sanno che il rispetto delle autorità e delle regole è basilare per far sì che tutto questo abbia una fine. Su questo punto sono nate tante obiezioni. C’è chi mi dice: la Cina ha un regime politico diverso dal nostro quindi è chiaro che tutti seguano le regole. Allora io mi chiedo: il fatto di vivere in una democrazia ci giustifica a non seguirle? Non sono a favore della dittatura ma del rispetto delle regole».

«Ho il pensiero fisso alla mia fidanzata a Milano, ai miei genitori a Trani, a mia sorella e mio cognato impegnati in prima linea in due ospedali Covid. Ho spesso paura, ma sono una persona positiva: impareremo tante cose da questo periodo. È il momento per tutti noi per dimostrare che abbiamo senso civico. E che in fondo siamo i migliori del mondo».

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