Più umano degli umani: nuovo robot per l’IIT

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Robot

Umano, troppo umano. Anzi no: robot

Se parla come un umano, reagisce come un umano, agli altri umani sembra un umano…beh, è un robot costruito davvero bene! Da oggi, i robot in grado di replicare con fedeltà determinati tratti comportamentali dell’essere umano (come l’imprevedibilità stessa) sono infatti una realtà! Niente Asimov, Bradbury, Dick o altri. Tutto il contrario. La fantascienza è diventata la quotidianità all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: un team di scienziati ha concluso con successo un test di Turing e creato un algoritmo in grado di sembrare umano nel comportamento.

Che cos’è il test di Turing? Senza scendere nel dettaglio, possiamo affermare che Turing riteneva che una macchina potesse dirsi intelligente quando i suoi scambi verbali e non con una persona fossero del tutto indistinguibili dagli scambi della stessa persona con un essere umano in carne e ossa. Fa già paura pensare che qualcosa del genere possa davvero succedere. Se poi a calcare la mano con un esperimento in questa direzione sono propri i membri del team di Social Cognition in Human-Robot Interaction dell’IIT, Blade Runner si fa incredibilmente vicino.

L’esperimento all’Istituto Italiano di Tecnologia

Che hanno fatto? Dopo aver rilevato i tempi medi di risposta e accuratezza di un essere umano, il team ha creato coppie volontari-macchine: ogni persona era abbinata ad un robot, al quale veniva chiesto di premere un pulsante quando compariva un determinato segnale su uno schermo. Due le possibilità: a premere il pulsante poteva essere un robot controllato da un essere umano oppure un algoritmo preimpostato. Il tutto senza che la componente umana della coppia sapesse chi fosse il proprio “compagno”.

Francesca Ciardo, prima firmataria dello studio, ha commentato: “Nel nostro esperimento abbiamo pre-programmato il robot modificando leggermente i parametri di tempi di reazione e di accuratezza del profilo umano medio. In questo modo, le possibili risposte del robot erano di due tipi: la prima completamente umana – quella in cui il robot è effettivamente controllato da un essere umano – e la seconda leggermente diversa da quella di un essere umano, dal momento che il robot è controllato da un algoritmo pre-programmato”.

Inutile dire che, proprio sulla base dei tempi di reazione mostrati di volta in volta nelle situazioni del setting, i volontari che hanno interagito con la controparte robotica non sono stati in grado di capire quali risposte siano state date dal robot controllato da un essere umano e quali invece dall’algoritmo che imita l’imprevedibilità umana.

 

Sviluppi futuri e possibili distonie

Insomma, la fantascienza cessa ogni giorno che passa di essere “fanta”. E diventa realtà. A voler essere un poco maliziosi, però, viene da chiedersi per quale ragione si insista così tanto nel trasferire caratteristiche umane alle macchine, rendendo le stesse via via più simili ad esseri umani a tutto tondo e noi esseri umani del tutto inutili.

O quasi. È innegabile che ricerche di questo tipo possano portare l’innovazione nel settore dei servizi, introducendo ad esempio una componente (pseudo)umana e user-friendly nell’ambito del Customer Relationship Management. Al prezzo di un software! Ma è più probabile che ci si ritrovi circondati da replicanti.

Le parole degli scienziati non aiutano certo a vedere in modo meno fosco il futuro: “Il prossimo passo dell’esperimento – precisa Agnieszka Wykowska – prevederà l’implementazione di un comportamento più complesso, in modo tale da avere un’interazione più elaborata con gli esseri umani e capire quali altri parametri di questa interazione sono percepiti come umani o meccanici”. Il prossimo passo potrebbe essere quello di trasformare in realtà le distonie di quel poco di fantascienza che resta di fantasia. Da Alan Turing ad Isaac Asimov, infatti, è solo questione di un passo “in più”.

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