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Dalle relazioni con i colleghi alla voglia di cambiare: i 10 motivi delle “grandi dimissioni”

Big quit, great resignation o grandi dimissioni. Il fenomeno parte dagli Stati Uniti, con 4 milioni di lavoratori che si sono dimessi già ad aprile 2021, e numeri anche più alti nei mesi successivi. In Italia solo tra aprile e giugno 2021 poco meno di mezzo milione di persone ha lasciato il lavoro. Il 37% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Diversi studi confermano il desiderio dei lavoratori di cambiare. Quasi uno su due vorrebbe provare qualcosa di nuovo, secondo l’ultima indagine Randstad Workmonitor. C’è chi vuole più flessibilità, chi cerca un migliore work-life balance, chi si sente stressato dal clima aziendale.

randstad parpaiola«Purtroppo poche realtà conducono indagini e misurano la soddisfazione dei propri dipendenti per individuare le ragioni profonde che spingono le persone a restare o abbandonare il proprio lavoro» spiega Elena Parpaiola, ad di Randstad Italia.

Ecco quali sono i principali motivi che spingono i lavoratori alle dimissioni volontarie, secondo la società di HR.

1. Le relazioni con i colleghi e i responsabili. È la prima motivazione per cui i lavoratori lasciano un’azienda. Spesso non si tratta di rapporti conflittuali, ma soprattutto nella relazione con i superiori i problemi riguardano: «eccessiva pressione, mancanza di riconoscimento, assenza di comunicazione trasparente e scelte non meritocratiche».

2. Il contenuto del lavoro. Complice la pandemia, come abbiamo raccontato anche sulle pagine di Millionaire, negli ultimi due anni molti si sono chiesti “sono questi la vita e il lavoro che vogliamo?”. Una riflessione che porta alla ricerca di lavori più interessanti, stimolanti e in linea con le proprie ambizioni.

3. I valori aziendali. Oltre al tipo di lavoro, emerge un bisogno di allineamento tra dipendente e azienda relativo ai valori. Sempre più persone dichiarano di essere pronte a dimettersi per scegliere una realtà più allineata ai propri ideali.

4. Lo stipendio. Sembrerebbe il motivo più scontato, ma non è il più rilevante. Pesa soprattutto sulle decisioni dei lavoratori senior, meno per i giovani. Resta una leva attrattiva sul mercato del lavoro, in particolare quando la retribuzione attuale sembra non commisurata al proprio valore.

5. Il tempo. L’equilibrio tra vita privata e professionale è diventato sempre più rilevante, soprattutto dopo i mesi di lockdown. Oggi i lavoratori sono meno propensi a sacrificare il proprio tempo libero e far invadere la vita privata dall’attività professionale.

6. Le opportunità di crescita. Fattore decisivo nelle dimissioni (o nella ricerca di un lavoro) per i più giovani. L’offerta di prospettive e percorsi di carriera è tra gli elementi di maggiore attrattiva per le aziende in cerca candidati.

7. La specializzazione. Non solo crescita, molti lavoratori decidono di cambiare anche per specializzarsi in un determinato ambito di interesse e acquisire competenze specifiche.

8. Il clima. Pandemia, lockdown, lavoro a distanza hanno messo in evidenza l’importanza di un ambiente accogliente, positivo e stimolante per alleviare lo stress, favorire la collaborazione e la produttività.

9. Il lavoro da remoto. Dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti chiedono flessibilità, ricercano offerte che consentano di svolgere l’attività anche da remoto e un’organizzazione del lavoro più legata al raggiungimento degli obiettivi che all’orario.

10. Il desiderio di cambiare. Il Covid-19 è stato per molti come una “sveglia esistenziale” (su Millionaire vi avevamo parlato della YOLO Economy). Cambiare lavoro quindi per cambiare vita, trovare nuovi stimoli, mettersi alla prova o realizzare progetti finora rimandati.

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