Adriano Olivetti, l’imprenditore illuminato che sognava la «fabbrica a misura d’uomo»

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Foto di Andreafist da Wikimedia Commons

«Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande» diceva Adriano Olivetti, industriale di Ivrea, imprenditore, ingegnere, editore e politico. Guidando l’impresa fondata dal padre Camillo, Adriano ha portato nel mondo design e tecnologia made in Italy e ha dato forma a una nuova visione della vita di fabbrica, più attenta ai diritti degli operai e al benessere della comunità. A 60 anni esatti dalla sua morte, ecco la sua storia.

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Foto da Wikimedia Commons

Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea. Sette anni più tardi il padre Camillo fonda la Olivetti, “la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”. Dopo la laurea in Ingegneria chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 Adriano inizia l’apprendistato in fabbrica, come operaio. Al rientro da un viaggio negli Stati Uniti, dove visita più di cento fabbriche, propone al padre un ampio programma per modernizzare l’attività e l’organizzazione. Intanto lavora alla prima macchina per scrivere portatile, la MP1, uscita sul mercato nel 1932. In quello stesso anno Adriano assume il ruolo di direttore generale. Nel 1938 subentra al padre come presidente.

«Percorsi rapidamente, in virtù del privilegio di essere il figlio del principale, una carriera che altri, sebbene più dotati di me, non avrebbero mai percorsa. Imparai i pericoli degli avanzamenti troppo rapidi, l’assurdo delle posizioni provenienti dall’alto».

È Adriano a trasformare l’azienda di famiglia in un moderno gruppo industriale, che sviluppa prodotti per l’ufficio innovativi e vende in Italia e all’estero, grazie a un’ampia rete commerciale. L’imprenditore punta all’eccellenza dei prodotti, nella tecnologia e nel design industriale, e al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Apre la fabbrica a intellettuali e artisti, al loro apporto creativo.

Per le sue innovazioni, nel 1955 vince il Compasso d’Oro. Sotto la sua guida, arrivano i modelli iconici delle macchine per scrivere, come la Lexikon 80 (1948) e la Lettera 22 (1950), consacrata dall’esposizione al MoMa di New York. Negli anni ’50, Olivetti apre anche i primi laboratori di ricerca sulla tecnologia elettronica e introduce sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano (1959).

Con Adriano Olivetti arriva soprattuto una nuova visione di impresa, basata sull’organizzazione decentrata del personale e sulla razionalizzazione dei tempi e dei metodi di montaggio. L’industriale di Ivrea è un precursore del moderno welfare, sempre alla ricerca di un equilibrio tra profitto, democrazia e giustizia sociale. Gli operai Olivetti hanno salari superiori alla media, beneficiano di convenzioni per case e asili accanto alla fabbrica, hanno una biblioteca in azienda con libri da poter leggere durante le pause. «I servizi sono un dovere che deriva dalla responsabilità sociale dell’azienda» sostiene Adriano.

«La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? (…) In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore».

Tra il 1930 e il 1960 non solo cresce l’impresa, ma anche Ivrea cambia volto. Si sviluppa la città industriale, un insieme di edifici destinati alla produzione e ai dipendenti: uffici, abitazioni, mense e asili progettati da grandi architetti. Un complesso urbano che nel 2018 è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco: «Per la moderna visione della relazione tra industria e architettura».

Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti muore, colto da malore su un treno in Svizzera, partito da Milano e diretto a Losanna. Due anni dopo nasce la fondazione che porta il suo nome, ancora oggi attiva. Dal 2003, Olivetti fa parte del Gruppo Tim.

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