Brexit, che cosa cambierà per le imprese e i lavoratori italiani

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Che impatto avrà l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sulle relazioni economiche con l’Italia? Quali sono gli scenari possibili post-Brexit? E che cosa cambierà per gli italiani che vivono nel Regno Unito? Lo abbiamo chiesto a Gabriele Schiavone, Chartered Accountant, founder e partner di SGS & Partners, a Londra.

«Negli ultimi due anni, ci sono stati momenti in cui sembrava che si potesse raggiungere un deal e altri in cui invece sembrava che l’unica soluzione possibile fosse una hard Brexit. È sempre complesso anticipare scelte politiche, soprattutto in un contesto articolato ed eterogeneo come quello che caratterizza le relazioni tra Unione Europea e Regno Unito». spiega Gabriele Schiavone. A Londra, si occupa di consulenza d’impresa, processi d’internazionalizzazione e pianificazione fiscale. È esperto di gestione di cross border transactions e operazioni di finanza straordinaria. «Piuttosto che soffermarsi su scenari macroeconomici difficili da prevedere, è opportuno verificare quali possano essere le difficoltà e soprattutto le opportunità che Brexit genererà e adattarsi di conseguenza: il business tra Italia e Regno Unito è destinato a continuare, così come l’interscambio sociale e culturale, nonché di persone, tra i due Paesi».

Quali potrebbero essere le criticità?

«Le relazioni economiche tra Regno Unito e Italia non dovrebbero subire grandi modifiche perché l’interesse di entrambi i Paesi è tutelare e sviluppare gli attuali rapporti commerciali e finanziari. L’obiettivo delle autorità inglesi sarà di mantenere inalterati, laddove possibile, gli istituiti economici e i regimi giuridici che assicurano benessere agli stessi cittadini inglesi. Con tutta probabilità, il tema più controverso sarà quello delle pratiche di immigrazione e di acquisizione della residenza, soprattutto per coloro che verranno a vivere qui dopo marzo 2019. In altre parole, fare business con il Regno Unito sarà un po’ più complesso ma ancora conveniente».

Qualche esempio?

«Considerando il settore food, per esempio, l’introduzione di un sistema doganale non dovrebbe avere un impatto significativo. Si prevede che le aliquote doganali sui prodotti saranno, nella maggioranza dei casi, pari a zero. Peraltro, gli adempimenti per lo sdoganamento potrebbero comportare l’incremento dei costi di gestione, mentre è possibile che vengano rafforzati i regimi fiscali che consentono, tramite l’intervento di importatori autorizzati, l’ottimizzazione dei costi finanziari derivanti dall’eventuale applicazione di dazi e IVA (la cui riscossione verrebbe “sospesa” fino al momento del “consumo” finale). È probabile l’abolizione degli adempimenti intrastat. Mentre ai fini delle imposte dirette, la pianificazione fiscale dovrà essere necessariamente rivista, perché alcune disposizioni interne di derivazione comunitaria potrebbero essere cancellate (come la Direttiva Interessi Royalties). Una soluzione interessante potrebbe essere quella di avere la holding operativa in UK e una branch estera dedicata alle attività a minor valor aggiunto».

Ci saranno meno opportunità per le imprese italiane?

«Per le imprese italiane Brexit rappresenta una sfida da vincere a tutti i costi. Primo, perché il Regno Unito rappresenterà il Paese extraUE più vicino e più rilevante a livello di Pil. In secondo luogo, il Regno Unito, con la sua legislazione e le sue istituzioni, potrebbe rappresentare un trampolino di lancio verso i grandi mercati dell’economia mondiale, come Stati Uniti e Cina. In un primo tempo, possiamo aspettarci una fase di studio. Poi le imprese potranno continuare ad avvalersi di un sistema giuridico e finanziario unico nel suo genere, che l’uscita dall’Ue potrebbe addirittura rafforzare».

Il Regno Unito rimarrà un protagonista nello scenario economico mondiale?

«È prevedibile che i legami tra il Paese e alcuni partner strategici internazionali, come Stati Uniti e Cina (ma anche gli Stati del Commonwealth, la Russia e i grandi Paesi africani), siano destinati a rafforzarsi. Il “rischio” è che il Regno Unito diventi ancora di più una piattaforma internazionale negli scambi commerciali internazionali e negli investimenti nell’economia globale. Con una legislazione societaria e tributaria efficiente e flessibile, manterrà un ruolo centrale. Ed è prevedibile che le autorità inglesi assumeranno qualsiasi iniziativa per supportare la crescita economica, favorendo gli investimenti esteri, senza i vincoli imposti in alcuni casi dalla legislazione comunitaria. Già è stata avviata una grande rivoluzione fiscale con l’abbattimento dell’aliquota dell’imposta sui redditi societari al 19%, che con tutta probabilità arriverà al 17% in un paio d’anni, mantenendo inalterati gli attuali vantaggi tributari (tra cui l’assenza di ritenute sugli utili aziendali distribuiti all’estero e un regime di patent box di grande efficacia)».

Londra sarà ancora la sede della finanza internazionale?

«Sicuramente sì. È vero che il trasferimento all’estero di importati istituzioni finanziarie potrebbe comportare la perdita di posti di lavoro (il think thank Bruegel stima tra i 10mila e i 30mila) e quindi un effetto negativo sull’economia inglese. Tuttavia, la centralità della piazza londinese nelle attività bancarie e finanziarie non è in discussione, soprattutto alla luce del prevedibile sviluppo delle relazioni bilaterali con i Paesi extraUE. A riprova di ciò, ecco due dati. Primo: nel settore finanziario sono impiegati circa 1,25 milioni di persone. Stimando una perdita di 30mila unità, l’impatto nel lungo termine non dovrebbe essere devastante, come alcuni lasciano presagire. Il secondo dato riguarda gli investimenti in venture capital: nel 2017, gli investimenti inglesi in Europa hanno rappresentato il 22% del totale (secondi solo agli Usa). La maggior parte delle grandi venture capitalist firm è basata a Londra».

Che cosa cambierà per gli italiani che vivono e lavorano nel Regno Unito?

«Vi è una comunità di circa 700.000 italiani, che lavorano nei più disparati settori e che apportano un contributo significativo alla vita economica del Paese. Le persone fisiche già insediate entro marzo 2019 dovrebbero certificare la propria presenza ottenendo il settled status. Più complessa sarà la posizione di coloro che arrivano nel Regno Unito dopo questa data. In caso di hard Brexit, è prevedibile che sarà obbligatorio richiedere un visto di lavoro, non necessario invece per viaggi d’affari e turismo. Senza dubbio, senza libertà di movimento, sarà più complesso assumere dipendenti per un’azienda inglese».

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1 COMMENTO

  1. Muy acertada la opinión de Sr. Schiavone. Así se comportarán la Unión Europea y el Reino Unido para preservar sus intereses.

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