È morto Sergio Marchionne, il manager che ha cambiato la Fiat

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Sergio Marchionne, ex amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, è morto questa mattina a Zurigo. Aveva 66 anni. Era ricoverato nell’ospedale svizzero dal 27 giugno per un intervento alla spalla destra, che ha avuto complicazioni gravi e inaspettate, fino al coma irreversibile. Il 21 luglio l’annuncio ufficiale di Fca: «Non potrà riprendere la sua attività lavorativa». Poi le sue condizioni sono state definite «irreversibili».

Dalla laurea in Filosofia alle automobili

Marchionne è stato per 14 anni alla guida del gruppo Fiat. Nato a Chieti, in Abruzzo, nel 1952, è cresciuto in Canada, dove il padre, maresciallo dei Carabinieri, scelse di trasferirsi dopo la pensione. Si è laureato in Filosofia all’Università di Toronto. Ha conseguito anche una laurea in Legge e un master in Business Administration nell’Ontario. È stato commercialista, avvocato, come ha raccontato lui stesso, «ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi». Fino alle automobili.

È arrivato al Lingotto nel 2003, come consigliere di amministrazione. Il 1º giugno 2004 ha assunto l’incarico di ad. Per superare la crisi economico-finanziaria, nel 2009 Marchionne ha lavorato per la fusione di Fiat con la casa americana Chrysler. Ne è nato il gruppo Fca, che oggi è un colosso da 4,8 milioni di auto l’anno, tra i principali produttori del mondo. Nell’autunno del 2014, Marchionne ha sostituito Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza Ferrari.

 I suoi insegnamenti: rompere gli schemi, sfidare i limiti, puntare in alto

Di lui il presidente di Fca John Elkann ha detto:

«Sergio è stato il miglior amministratore delegato che si potesse desiderare e, per me, un vero e proprio mentore, un collega e un caro amico. Ci siamo conosciuti in uno dei momenti più bui nella storia della Fiat ed è stato grazie al suo intelletto, alla sua perseveranza e alla sua leadership se siamo riusciti a salvare l’azienda.

Saremo eternamente grati a Sergio per i risultati che è riuscito a raggiungere e per aver reso possibile ciò che pareva impossibile. Ma come lui stesso ha detto più volte: “Il vero valore di un leader non si misura da quello che ha ottenuto durante la carriera ma da quello che ha dato. Non si misura dai risultati che raggiunge, ma da ciò che è in grado di lasciare dopo di sé”.

Fin dal nostro primo incontro, quando parlammo della possibilità che prendesse le redini della Fiat, ciò che mi ha veramente colpito di lui, al di là delle capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, sono state le sue qualità umane. Qualità che gli ho visto negli occhi, nel modo di fare, nella capacità di capire le persone. Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo status quo, a rompere gli schemi e ad andare oltre a quello che già conosciamo.

Ci ha sempre spinti ad imparare, a crescere e a puntare in alto – spesso andando oltre i nostri stessi limiti – ed è sempre stato il primo a mettersi in gioco. L’eredità che ci lascia parla di ciò che è stato davvero importante per lui: la ricerca dell’eccellenza, l’idea che esiste sempre la possibilità di migliorare. I suoi insegnamenti, l’esortazione a non accettare mai nulla passivamente, a non essere soddisfatto della mera sufficienza sono ormai parte integrante della nostra cultura in FCA: una cultura che ci spinge ad alzare sempre l’asticella e a non accontentarci mai della mediocrità.

La definizione che Sergio ci ha dato della parola leader è valida oggi più che mai. Quello che conta davvero è il tipo di cultura che un leader lascia a chi viene dopo di lui. Il miglior modo per giudicarlo è attraverso ciò che l’organizzazione fa dopo di lui».

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