Equity crowdfunding: ecco i punti di forza e gli errori da evitare

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Closeup of hands holding open novel and coffee cup

L’equity crowdfunding in meno di un anno ha raddoppiato il volume d’affari. Lo scorso anno: 517 milioni di euro. Al 30 giugno 2020, già 908 milioni. Uno sviluppo ingente in un momento critico. La necessità per chi si occupa di equity ora è quella di comprendere a fondo criticità e punti di forza, cercando di evitare errori. Ecco il parere del nostro esperto Michele Franzese.

Cosa non vorrei che diventasse

1. Una moda. Dovesse diventare una pratica diffusa, tanto da essere ambito in quanto pratica consueta per tutti, di cui si è sentito parlare, ma di cui non si conoscono a fondo le basi teoriche, gli strumenti e i campi d’utilizzo, sarebbe destinato a sparire. Io non vorrei che scomparisse. Ma che prosperasse.

2. Un supermercato frequentato e conosciuto da tutti, quindi in concorrenza diretta con molti altri e quindi soggetto alle dinamiche classiche del mercato: offerte continue, promozioni sensazionalistiche e conseguente qualità dei servizi al ribasso. Con il risultato finale della svalutazione di tutto il lavoro svolto: prima, durante e dopo le campagne di equity crowdfunding.

3. Un’ultima spiaggia. Non vorrei che l’equity crowdfunding perdesse la sua peculiarità: ossia essere su misura, puntare in maniera univoca su progetti innovativi e peculiari. Perciò non vorrei che venisse inteso come l’ultima spiaggia per tutti quei progetti ritenuti poco validi, quindi da mettere alla prova sul campo, quasi come a chiedere un’elemosina di fondi.

4. Un terno al lotto. Se c’è uno scenario peggiore dell’equity crowdfunding inteso come “rifugio”, è di intenderlo come una scommessa, un azzardo per chi investe. Questo atteggiamento sarebbe mortifero per tutti, un danno diffuso, perché depotenzierebbe il contesto culturale dell’equity, sminuendolo, e mortificherebbe il lavoro intorno alle campagne, comunicherebbe un’idea di scarsa serietà.

Cosa vorrei che diventasse

1. Una storia collettiva per tanti founder. Se si potesse, vorrei che fosse un’antologia. Come quella di Spoon River. Storie legate tra loro, che raccontano una dell’altra, ma che funzionano bene anche da sole e che sono fonte d’ispirazione per le intuizioni imprenditoriali dei singoli e per la comunità di cui fanno parte.

2. Un fenomeno alla portata di tutti. Accessibile e raccontato nella maniera più chiara possibile, perciò comprensibile da tutti gli interessati all’investimento lento. Spiegato nei dettagli, quindi percepito come sicuro, sia dai grandi sia dai piccoli investitori.

3. Una reale alternativa agli strumenti di finanziamento tradizionali. Specialmente in questo periodo storico, ricorrere all’equity crowdfunding deve essere percepita come la scelta giusta da parte di chi ha una community forte a sostegno.

4. Vorrei che trovasse una propria strada come canale di distribuzione e promozione per prodotti e servizi ambiziosi. Non più alternativo (o meglio, non solo), ma attento alla qualità e al potenziale rivoluzionario di ogni idea.

5. L’opportunità unica di finanziare progetti davvero rischiosi e innovativi: la visione e il coraggio dei founder devono trovare sostegno in un sistema, che ha nell’equity crowdfunding lo strumento per affrontare sfide estreme, quelle che nessun altro penserebbe di affrontare.

6. Un’occasione per startup e Pmi per definire la propria identità e posizionarsi nell’ecosistema: messa in conto la visione, data una direzione, bisogna riuscire a dare una collocazione di mercato a chi propone la propria idea imprenditoriale: abbiamo il progetto.

Un auspicio. Questa lista di desiderata (e non) spero contribuisca a una riflessione più ampia sull’equity crowdfunding, strumento serio e oculato per sostenere il coraggio di chi vuole fare innovazione imprenditoriale.

di Michele Franzese

Tratto da Millionaire di dicembre-gennaio 2021. 

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