Cosa insegna l’exit di iubenda, tra le più importanti in Italia. «Quando abbiamo iniziato la privacy non interessava a nessuno. Non avevamo nulla, se non la tenacia»

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giannangelo iubenda

Ha inventato un software per la privacy quando la privacy non interessava a nessuno. Anno 2011. Ha creato una startup, un mercato, un team. Mattoncino dopo dopo mattoncino. Dieci anni di lavoro, testa bassa e zero chiacchiere, con 1 socio, 100 persone nel team e 80mila clienti, ha fatto un’exit. Ha venduto la maggioranza della sua iubenda, quel software che aiuta le aziende a rispettare la privacy online, a un grande gruppo belga: Team.blue. «È una bellissima operazione, una delle più grandi nel tech degli ultimi anni in Italia» racconta Andrea Giannangelo.

A lui abbiamo dedicato l’editoriale di Millionaire di marzo, in edicola.

Andrea Giannangelo ha 32 anni, arriva da un piccolo paesino dell’Abruzzo. Da ragazzino voleva la Playstation, i suoi non gliel’hanno mai presa. In casa però ha un computer. Si scervella per far girare i videogiochi lì. Non ci riesce. Il risultato è che si appassiona all’informatica e dimentica i giochi. Poi si laurea in Economia e Marketing all’Università di Bologna, inizia a viaggiare per il mondo. In lui cresce quella cultura della riservatezza che lo spingerà a trovare l’idea.

«Siamo partiti che non c’era nemmeno un mercato. A nessuno interessava la privacy. In quei giorni, il Time pubblicava una copertina con Mark Zuckerberg. Titolo: “La privacy è morta”. Mi sono salvato quella copertina e pensavo: “Zuck non ci ha capito niente”. In quegli anni, tutti condividevamo le nostre vite su Facebook. E io mi chiedevo: “Siamo sicuri che fra 10 anni vorremmo vedere online le foto di quella festa in cui tutti siamo taggati?”. Ho scommesso che avremmo voluto proteggerci di più. Così è stato.

Ci credevo quando nessuno credeva in noi. Abbiamo raccolto una quantità enorme di pareri negativi. Al Seedcamp a Londra non ci hanno preso. Mi dissero: avrai successo, ma non con questa idea. Ho provato con Mind the Bridge. Scartato. Abbiamo raccolto una quantità enorme di pareri negativi. Solo all’inizio del nostro percorso, nel 2011, quattro investitori hanno creduto in noi (Gianluca Dettori, Marco Magnocavallo, Andrea Di Camillo e Stefano Bernardi). Poi stop. Zero interesse e quando c’era era cosi svilente che ho avuto il coraggio di dire no».

Intanto iubenda comincia a fatturare («Non ti voglio sembrare arrogante, ci vuole molta umiltà»). La prima svolta nel 2015 con la legge sui cookie. Nel 2018, fatto il Gdpr, arrivano i competitor. I due soci capiscono che devono fare un passo successivo. Mesi di trattative e poi il mega deal.

«Ho 32 anni, ho iniziato a 20. A un certo punto era come se stessimo correndo in Formula 1, con famiglia e bambini seduti dietro. Volevamo fare un pit stop e mettere qualcosa da parte in modo da poter rischiare tutto nei prossimi anni».

Intervisto Giannangelo su Zoom, quasi 10 anni dopo averlo incontrato la prima volta.

Come fa un ragazzo di 20 anni a intuire il tema della privacy?

«Ho forse una mentalità più da europeo, che da americano. Ho una cultura della riservatezza, ho un modo di vivere la vita in modo diverso. Poi è arrivato il Gdpr, una grande opportunità. E i colossi. Quindi è stato necessario evolversi, e ci siamo reinventati varie volte. Non è stato un overnight success. Ci abbiamo messo 10 anni».

Qual è il tuo segreto?

«Sono sempre stato concentrato sul mercato. Non mi sono perso nel far parlare di me o nel creare hype. Il fine di un’azienda è affermarsi sul mercato, non sui media. Perché alla fine al mercato non gli interessa se sei arrivato su Techcrunch o su.. Millionaire (ride). Eppure…»

Eppure?

«Fa più notizia un round o una valutazione da un miliardo, ma quello che conta è il fatturato. È costruire un’azienda che abbia un senso… C’è una parte di spettacolo in questo lavoro, fare startup, ma – ti ripeto- l’unico parere che conta è quello del mercato».

Cosa fa il tuo software in breve?

«Chi opera online ha degli adempimenti giuridici da rispettare e noi li aiutiamo a rispettarli in maniera semplice. Privacy policy, banner, cookies, condizioni…».

Chi sono i tuoi clienti?

«Il software è adottato da quasi tutti gli editori italiani».

Parliamo di numeri: quanto vale questo deal?

«Non posso dirti i numeri dell’operazione, per vincoli di riservatezza, ma posso dirti che non mi vengono in mente operazioni più grandi nel tech degli ultimi anni in Italia. È un matrimonio fatto per crescere».

Che cosa fa esattamente Team.blue?

«È un insieme di brand presente nella top 3, in quasi tutti i mercati europei, nel settore della vendita di domini. In Italia è presente con il dominio Register.it. Per iubenda significa avere un network di distribuzione, con 5 milioni di clienti, 5 milioni di domini».

Come li avete incontrati?

«Volevamo crescere, portare iubenda a uno step successivo. Il nostro mercato si stava riempendo di competitor e rimanere indipendenti diventava rischioso. Abbiamo iniziato un processo che ci ha portati a parlare con tutta la serie A nel mondo degli investimenti, per poi trovare il partner giusto».

Sei diventato ricco?

(alza le mani, sorride e non risponde…)

Cosa cambia ora?

«Nulla dal punto di vista operativo, continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. Io resto Ceo di iubenda e avremo più possibilità perché abbiamo un network pazzesco e un board con persone della leadership di Team.blue che ci aiuteranno a prendere decisioni giuste».

Qual è la parola chiave della tua vita?

«Tenacia».

Perché?

«È quello che ci è voluto. Ci sono stati tanti momenti in cui è stato davvero necessario crederci. Non avevamo soldi, non avevamo conoscenze, siamo partiti dal nulla, facendo le cose bene, un prodotto che le persone utilizzano, con un prezzo con un senso…».

Cosa insegna la tua storia al mondo delle startup in Italia?

«Questa è una storia bella, una storia pura, in cui nessuno può dire: “a questi hanno dato un sacco di milioni”. È una storia un po’ di tutti, anche come sistema Paese. Non c’è stato il colpo di fortuna. Abbiamo iniziato che non c’era il mercato. A nessuno gliene fregava della privacy. Io ho scommesso che questo sarebbe cambiato. Quando è arrivata la legge, poi, sono arrivati tutti…».

Un consiglio ai nostri lettori?

«L’importante è fare le cose bene, serve tempo e, anche se non ti regala niente nessuno, si può costruire qualcosa di rilevante. Bisogna avere competenze. Studiare e sperimentare. L’importante è che in ogni momento quello che stai facendo abbia un senso».

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