Fintech e criptovalute: argomenti tabù per i partiti politici italiani

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Il mondo della finanza digitale vale 315 milioni di euro e continua a crescere. Nonostante questo i politici italiani scelgono di guardare dall’altra parte

L’estate sta giungendo al termine e, con la fine delle vacanze e il rientro alla quotidianità per moltissimi italiani, si fa sempre più vicino il momento delle nuove elezioni. Il governo di Mario Draghi, infatti, non resterà in carica ancora a lungo e tutti i possibili nuovi candidati al ruolo di Primo Ministro, sono in campagna elettorale da tempo.

Come vuole la tradizione, ogni buona campagna elettorale non può prescindere dalla presentazione di programmi politici, ricchi di proposte che si suppone vengano implementate una volta saliti al governo i rappresentati delle varie liste. Guardando ai manifesti e programmi politici, capita spesso di imbattersi nella parola “innovazione”. Una bella parola, che però resta di fatto solo una parola.

Infatti, sebbene si parli di innovazione e, in casi più rari di “digitale”, quasi nessun programma approfondisce il tema: non vengono menzionate startup o imprese innovative, né viene chiarito nel dettaglio con quali misure si interverrà per portare l’innovazione. Insomma, una transizione verso il “digitale” ci sarà: non si sa che aspetto abbia, ma ci sarà.

Il nodo principale: finanza digitale e criptovalute

A questo proposito, si prenda ad esempio il mondo dell’economia e della finanza 100% digitali e, più precisamente, quello delle criptovalute che tanto animano l’opinione pubblica: dal momento che si parla di lavoro ed economia, vale la pena ricordare alla classe politica che del miliardo di investimenti totali in startup italiane, quasi il 30% ha riguardato aziende che operano in ambito fintech.

Una cifra non trascurabile di certo: 315 milioni di euro nei soli primi sei mesi del 2022. È vero, si potrebbe obiettare che le criptovalute abbiano recentemente incassato più di un brutto colpo con l’attuale volatilità dei mercati: molti operatori, tra exchange e depositi, sono falliti o sono sull’orlo del fallimento. Tuttavia, sebbene in forte ribasso, la moneta basata su protocolli blockchain, resiste e continua a porsi come alternativa alle valute tradizionali: molta gente ci crede ed è disposta ad investire denaro.

Per questa ragione, non è un buon segno da parte dei vari partiti parlare di “innovazione” senza gettare un occhio al mondo cripto: non a caso, lo scopo di un governo dovrebbe essere quello di tutelare i proprio cittadini da (possibili) “bolle economiche” da un lato e incoraggiare lo sviluppo tecnologico in tutte le sue forme, finanza digitale compresa, dall’altro lato.

La posizione dei principali partiti italiani sull’innovazione

Timidi segnali  sembrano provenire solo da M5S e Lega ma, in entrambi in casi, la menzione che viene fatta nei programmi dimostra ancora poca attenzione (o cautela) riguardo il mondo cripto e, più precisamente, la volontà di farne un argomento “politico”.

La Lega, infatti, nonostante dichiari nel proprio programma la volontà di impegnarsi per la realizzazione di un quadro normativo atto a disciplinare l’universo cripto in chiave fiscale, non specifica in che termini intenda procedere per attuare la propria proposta.

Al contrario, il M5S afferma la necessità di mettere a punto un piano industriale che agevoli e supporti lo sviluppo e la crescita di tecnologie strategiche per il mondo di domani: oltre a fintech e criptovalute, l’insieme di specializzazioni al vaglio dei pentastellati comprende un po’ di tutto, dalla manifattura digitale all’intelligenza artificiale, dalla robotica all’aerospazio, passando per web3, life science, metaverso, nano-tecnologie e quantum computing.

Il resto è silenzio: Azione e Italia Viva parlano genericamente di “eliminare del tutto la tassazione del capital gain sugli investimenti in startup e venture capital”, mentre il PD sembra tornare sui propri passi rispetto addirittura al programma del 2018: là si parlava di moneta digitale, qui genericamente di digitale come volano per la crescita sostenibile.

Innovazione, tra necessità di crescita e necessità di tutele

Tutti segnali poco incoraggianti: a voler essere maliziosi, verrebbe da dire che più che poca comprensione da parte della classe politica, l’universo delle criptovalute in primis e l’innovazione in materia di finanza ed economia più in generale, siano un argomento tabù perché svincolato da qualsivoglia interesse di parte.

Dunque, non si palesa nemmeno la volontà di tutelare le persone: la bolla potrebbe esplodere nell’immediato, o anche mai; in entrambi i casi, la materia viene trattata come qualcosa che pertiene unicamente alla sfera del privato di ciascun cittadino, magari con la scusa di comodo che “libertà totale” come quelle garantita dai protocolli blockchain significa accettare il rischio e i possibili successi, ma anche l’assenza di tutele a norma di legge in caso di insuccessi.

Quanto all’innovazione più in generale e, dunque, oltre il mondo della finanza digitale, la situazione non migliora. La sensazione generale, infatti, è di grande confusione lungo tutto lo spettro delle tendenze politiche: l’innovazione è certamente imprescindibile come fattore di crescita per un paese, ma se resta una parola pronunciata solo per raccogliere consensi, tutto il mondo connesso ad essa finisce per restare solo un abile gesto di nomenclatura a vuoto.

Ricordiamo, a questo proposito, che “fare politica” significa amministrare la vita pubblica: in altre parole, pensare a provvedimenti che permettano di raggiungere determinati fini. Qualsiasi governo, dunque, prima ancora di essere chiamato a fare provvedimenti dovrebbe avere una minima idea dei fini che vuole perseguire: con riferimento a finanza digitale, criptovalute e innovazione, non è chiaro quali siano tali fini. O peggio: non è nemmeno certo che dei fini ci siano.

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