Google: una multa salatissima da 4,1 miliardi

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Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea conferma la sanzione dell’Antitrust per abuso di posizione dominante

Tempi duri per Google. Il colosso di Mountain View capitanato da Sundar Pichai si è infatti visto comminare una multa miliardaria da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea, con l’accusa di aver sfruttato il proprio sistema operativo Android per consolidare la propria posizione di predominio per quanto riguarda le ricerche online e la pubblicità. La cifra? 4,125 miliardi.

Di poco inferiore alla più alta mai comminata dall’Antitrust europeo nel 2018 che ammontava a 4,343 miliardi di euro.

 

Multe per oltre 8 miliardi

Ci sono altri 2 precedenti riguardanti Google. La prima, nel 2021. Altra sconfitta “giuridica”: accusata di aver favorito il suo servizio di comparazione degli acquisti Google Shopping quindi di aver intrapreso “azioni antagoniste lesive della concorrenza verso i motori di ricerca più piccoli specializzati in servizi di ricerche per acquisti”, Google si è vista respingere la richiesta di appello con una multa di 2,4 miliardi di euro. L’altro, che risale al 2019, vede una multa di circa 1,6 miliardi contro AdSense.

Il conto finale è salato: circa 8 miliardi di euro da pagare.

 

Come mai?

Ci sono voluti 3 anni per venirne a capo. Tanto infatti è durata l’indagine contro il gigante tech californiano Il casus belli nasce nel 2015 quando, considerato il ruolo predominante di Google e nella fattispecie del sistema operativo Android, che dimora sulla gran parte degli smartphone circolanti nell’Unione Europea. Il 18 luglio 2018, giunge il verdetto emesso dall’ufficio per la concorrenza della Commissione europea con l’accusa di abuso di posizione dominante.

 

Ma perché Android costituisce un problema così impattante? Per una serie di ragioni a cominciare dal fatto che le aziende che producono smartphone e le compagnie telefoniche non devono installare sui dispositivi App generiche concorrenti. Altrimenti? Niente percentuali da Google. Sotto accusa anche i diktat imposti alle aziende produttrici di device, obbligate ad avere di default quelle di mamma Google (ad esempio Chrome). Tertium datur: i produttori, per avere le App Google devono accettare di non commercializzare dispositivi con versioni di Android non approvate dalla Big G. Infine le ripartizioni di fatturato, giudicate tutt’altro che eque dalla Commissione, le cui indagini hanno riguardato il 50% dei dispositivi Android venduti tra il 2011 e il 2016.

 

Questa la motivazione emessa dal Tribunale: “Secondo la Commissione, queste restrizioni avevano tutte lo scopo di proteggere e rafforzare la posizione dominante di Google in materia di servizi di ricerca generica e, pertanto, gli introiti ottenuti da quest’impresa mediante gli annunci pubblicitari collegati a queste ricerche”.

 

Google reagisce, ma…

Inutile il pur rapidissimo ricorso di Google che si vede rigettare lo stesso con la conferma della sentenza da parte della Commissione da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea, che conferma il rischio che gli utenti si servano delle applicazioni “imposte” senza che i competitor possano entrare dalla finestra.

 

Il ricorso presentato da Google, che di fatto si è subito mossa contro la sanzione di Bruxelles, è stato rispedito al mittente dalla Corte. Google ha così commentato: “Siamo rimasti molto delusi dal fatto che la Corte non abbia annullato integralmente la decisione. Android ha incrementato la scelta per tutti e supporta migliaia di aziende di successo in Europa e nel mondo“.

 

L’Europa ha preso la sua strada

Si assiste quindi a una rigida “marcatura a uomo” non solo verso Google, ma in generale verso i giganti del settore. A testimonianza di ciò sono infatti due gli atti approvati dalla Commissione europea: il Digital markets act (Dma), che mira a regolare la concorrenza per evitare lo strapotere dei grandi a detrimento dei piccoli, e in seconda battuta il Digital services act (Dsa).

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Chi sono i giganti o gatekeeper? Alphabet, casa madre di Google, Microsoft, Meta, Amazon e Apple. Ovvero le aziende con una capitalizzazione di mercato di almeno 75 miliardi di euro, 7,5 miliardi di fatturato annuo e 45 milioni utenti attivi. Le nuove direttive prevedono che questi golem garantiscano agli utenti la massima libertà di scelta tramite il diritto alla disinstallazione per lasciare di software e App, trasparenza sui meccanismi pubblicitari e accesso ai propri dati da parte dei concorrenti più piccoli. Il mancato perseguimento delle regole significherà multe fino al 10% del fatturato mondiale annuo e fino al 20% se le violazioni dovessero essere ripetute.

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