H-Farm, Riccardo Donadon: «Ecco il campus per i creatori del futuro»

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riccardo donadon h-farm

Riccardo Donadon ha inaugurato sulla laguna veneta, a Roncade, in H-Farm, il più grande polo per la formazione e l’innovazione in Europa. Una scuola unica. Dalle elementari alla laurea, ai master. Tutto in inglese, con focus sul digitale. Per coltivare e trattenere i talenti in Italia. Obiettivo che si potrà raggiungere anche grazie al nuovo round di investimento da 18,6 milioni di euro, appena annunciato da H-Farm.

«In questi 16 anni abbiamo trasformato il nostro modello da solo incubatore di startup in una piattaforma che oggi conta oltre 600 dipendenti e che aggrega esperienze e talenti, in grado di supportare le aziende e i giovani ha detto Donadon. «Abbiamo perso due anni nell’iter burocratico e abbiamo rischiato tanto, ma ora il campus è realtà».

H-Farm Campus
© Marco Zanta

Siamo a Roncade, in provincia di Treviso, nella tenuta Ca’ Tron di H-Farm, sulla laguna di Venezia. Qui, in una superficie di 51 ettari, di cui solo il 10% è stato edificato, è stato inaugurato a settembre il Campus di H-Farm, il più grande polo per l’innovazione e la formazione in Europa. Un luogo unico dove scuola, talenti e mercato si contamineranno e lavoreranno together.

Il campus ospiterà 3.000 persone, di cui 2.000 studenti (sono già 1200), dalle elementari alla laurea triennale in Digital management ai master, tutto in inglese, con grande focus sul digitale. Rette: si va da 9mila dell’asilo, fino a 16mila dell’ultimo anno di scuola superiore, con una crescita di circa un migliaio di euro all’anno. Investimento di oltre 100 milioni di euro. Un progetto straordinario e ambizioso di Riccardo Donadon, visionario imprenditore che vuole trattenere i talenti in Italia e attirarne dall’estero.

Qual è la missione di questo campus?

«Vogliamo costruire un luogo per formare i giovani che dovranno interpretare e disegnare il nostro futuro. Vogliamo creare sul territorio un ecosistema forte, innovativo e aperto, che trattenga i nostri cervelli in Italia. Se sul territorio le cose non funzionano, le nuove generazioni se ne vanno. Prendono un aereo e partono. Costruire un luogo così, centrato su digitale e le nuove tecnologie, ci ha regalato grandi emozioni».

30mila mq, nuove strutture dedicate alla formazione, studentato, centro sportivo: la prima pietra è stata posata solo un anno fa. Come avete fatto a fare tutto?

«È stato difficilissimo e allo stesso tempo incredibile. Una corsa pazzesca, una sfida che sembrava impossibile, ma la parola chiave di questo campus è together. Il lavoro di squadra fatto insieme al Gruppo Carron è alla base di questo successo. 380 operai professionisti hanno lavorato in cantiere, notte e giorno, con un’esplosione di professionalità, energia e voglia di farcela. Io che l’ho misurato ogni giorno, posso dire che è stato incredibile. È stata una delle più belle esperienze della mia vita, ma credo che per tutti quelli che ci hanno lavorato rimarrà un momento importante».

La più grande difficoltà?

«Non è stato facile arrivare al via, c’è stato un iter burocratico lunghissimo: ma poi è stata una sfida impossibile da non vincere. Avevamo tutti una motivazione che andava oltre ogni discorso economico».

Qual era la sua?

«La mia era semplice. Chi ha il coraggio di dire a un bambino che non si può fare? Che nel nostro Paese si deve rinunciare a costruire una scuola? Io no».

Perché sarà una scuola diversa?

«Abbiamo l’ambizione di creare un nuovo modello, dove scuola, mercato e mondo dell’innovazione lavorino fianco a fianco, alimentandosi l’uno con l’altro, creando così le migliori condizioni per lo sviluppo di una nuova economia e un bacino di talenti unico, a cui potrà attingere l’intero Paese».

L’innovazione ci salverà? 

«Sì. È grazie all’innovazione che la nostra specie è riuscita a evolvere, ma oggi credo che la formazione ricopra un ruolo ugualmente determinante Steve Jobs, come altri prima di lui, sosteneva che il tempo fugge e che l’unico modo per produrre innovazione, sostenibile per l’uomo, sia grazie alla commistione tra cultura umanistica e arti tecnologiche. Questo incrocio credo sia il concetto fondante della nostra società oggi. Noi come H-Farm, nel nostro piccolo, e a partire da quest’idea, stiamo provando a cambiare il modo e il luogo in cui le nuove idee nascono e si sviluppano, sempre tenendo l’uomo al centro, in contatto e armonia con la natura. Perché credo sia solo così che ci sarà grande innovazione nei prossimi anni. L’uomo deve guardare in modo diverso dentro se stesso se vuole evolvere: solo così potremo evolvere ancora».

Visionari come lei: si nasce o si diventa?

«Io sono stato fortunato a nascere e crescere nel Nord-Est, un territorio ricco di tessuto imprenditoriale, con la cultura del fare, il rispetto per il lavoro e un desiderio di emergere straordinario. Frutto di una storia millenaria di interscambi e visione globale. Da piccolo mi addormentavo con l’ansia di fare qualcosa di mio e avere un impatto positivo sul mondo. Il role model positivo dei tanti grandi imprenditori che sono partiti dal nulla colorando maglioni, creando jeans o rivestendo di vetro intere città, raccontato da un giornalista straordinario come Giorgio Lago, è stato potentissimo per me. Poi la mia passione per il cinema americano e il computer hanno fatto il resto».

 

Intervista pubblicata su Millionaire di ottobre 2020. 

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