«Il lavoro? Un modo per mettermi in campo». Storia di una nomade digitale a Milano

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francesca folda nomade digitale

È quella che potresti definire una donna in carriera, fino a un certo punto. Poi, grazie a un viaggio, Francesca Folda, 48 anni, diventa una donna in esplorazione. Ora, è una donna in evoluzione. Potere di un viaggio per il mondo e di un incontro che le ha cambiato le prospettive. Ma iniziamo dal principio.

Come è iniziata la tua storia?

«Sono di Roma. Da ragazza, ero convinta di voler fare l’ingegnere, come mio padre. Poi, invece, mi sono iscritta a Filosofia. Lui mi disse che era un pezzo di carta che non mi sarebbe servito a niente. Io volevo dimostrargli che qualsiasi cosa, se fatta con passione, può portarti lontano».

La passione era il giornalismo.

«A 23 anni sostengo l’esame di ammissione per la Scuola di Giornalismo di Milano. Vengo ammessa e mi trasferisco. Come tanti, inizio con la gavetta: contratti a termine, collaboro anche con una testata sul packaging, faccio rassegne stampa all’alba, lavoro notte e giorno. Finché approdo a Panorama, dove resto 9 anni, scrivendo di temi importanti e vincendo premi».

Poi raccogli la sfida dell’online…

«All’epoca i siti erano tenuti in scarsa considerazione. Quelli che se ne occupavano venivano chiamati “I ragazzi del Web”. È stata un’esperienza utile e bellissima, mi ha dato nuove consapevolezze. Ho capito che una storia non è tale se non c’è qualcuno che la ascolta».

E infine arrivano due posizioni di vertice.

«Prima come direttore dei siti editoriali di Sky. Mi butto. Mi occupo di cose nuove: tecnologia, bilanci, raccolta pubblicitaria. Uso strumenti nuovi e coordino una redazione di 40 persone, ma mi dispiace allontanarmi dal giornalismo. Ci ritorno come direttore di Focus, che contribuisco a rilanciare, pur in momenti molto difficili. Ma, arrivata a lavorare anche 16 ore al giorno, mi domando: “Perché lo faccio?”».

E così ti prendi un anno sabbatico…

«È il 2014 e decido di viaggiare. Faccio un biglietto di sola andata per la Nuova Zelanda: è la meta più lontana, dopo posso solo riavvicinarmi all’Italia. Volevo essere libera da sovrastrutture e imposizioni, andare in profondità. Imparo a farmi domande ed essere flessibile. Tengo i legami con genitori e nipoti in videochat».

Poi che cosa succede?

«Su Internet scopro Amani Institute, un’organizzazione non profit statunitense, che forma professionisti che creano impatto sociale e ha sedi in Kenya, India e Brasile. Sta per iniziare a Nairobi un master in Social Innovation Management. Mi candido, vengo selezionata, sono in classe con 20 persone di 12 nazionalità diverse. Sono l’unica italiana. Ho 20 anni esperienza e nel banco a fianco c’è chi ha 20 anni in tutto. Ho imparato tantissimo da questa diversità. Resto in Kenya 2 anni. Cambio approccio su tante cose, rivedo le mie priorità. Divento più flessibile, più informale. Mi sento più libera. Ma devo capire se sono cambiata davvero io, oppure se tutto dipende da dove mi trovo».

lavoro amani instituteDal Kenya torni in Italia…

«Sì. Mi propongono di dirigere la comunicazione di Sky. Sono scettica, finché nel job title aggiungono un riferimento all’impatto culturale. Ma non c’era un vero allineamento tra ciò che avrei voluto fare io e ciò che avrebbero voluto loro. Così, dopo un anno, mi dimetto e apro la Partita Iva per fare consulenza su progetti che hanno un impatto sociale, che mi interessano davvero».

Poi arriva una proposta che ti mette in crisi.

«Sì, Amani Institute mi offre di diventare direttrice globale della comunicazione. Nel frattempo, però, è subentrato un problema famigliare e io dico che non me la sento di lasciare l’Italia. “Ma non devi farlo” mi rispondono. “Puoi lavorare da remoto, ci conosci già. E, ogni tanto, visitare le nostre sedi”. Faccio così, almeno una volta all’anno vado in Brasile, Kenya e India. Qualche volta per una settimana, a volte per oltre un mese. Per il resto, lavoro da Milano. Nomadismo digitale non vuol dire necessariamente viaggiare. Vuol dire essere dove vuoi davvero essere».

La parola d’ordine per il nomade digitale è flessibilità.

«Sì. Fisica e mentale. Il posto fisso è una garanzia, ma rischia di diventare anche una gabbia. Per trovare nuove opportunità, bisogna uscire dalla propria comfort zone. La flessibilità, però, deve essere da ambo le parti: anche l’azienda deve adeguarsi a questa nuova realtà. È difficile lavorare a distanza, se nel tuo ufficio sei l’unico a farlo. Ad Amani Institute per esempio iniziamo qualsiasi meeting con un check-in, per dare la parola a tutti e condividere in che stato d’animo siamo. Cosa che in presenza si vede subito. E poi lavoriamo sempre su documenti aperti e condivisi, così come i nostri calendari, per aiutarci a fissare meeting con tutte le persone necessarie. Sembrano piccole cose, ma amplificano la possibilità di collaborare».

Come convincere la propria azienda a dare flessibilità?

«Ora c’è più disponibilità. Gli imprenditori lungimiranti hanno capito che, al di là di operazioni di facciata, a fare la differenza è la soddisfazione dei dipendenti. Perché un dipendente felice lavora meglio e rende di più».

Come far succedere il cambiamento?

«Bisogna fare due cose. 1. Avere la visione di lungo termine dell’obiettivo che si vuole raggiungere, ma preparare la to-do-list dei primi passi da fare. E cominciare a muoversi. 2. Circondarsi di persone che hanno già fatto, con successo, quello a cui aspiriamo, o che si muovono nella stessa direzione».

Tratto dall’articolo “I nuovi nomadi” pubblicato su Millionaire di luglio-agosto 2021. 

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