La Silicon Valley (non) è morta

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silicon valley san francisco

Le più importanti aziende statunitensi che nasceranno nel prossimo decennio continueranno a trovarsi entro 50 miglia da San Francisco. La rubrica dei nostri esperti Luigi Bajetti e Irene Mingozzi.

La Silicon Valley è morta. Ce lo sentiamo ripetere da mesi. Fate una ricerca su Google, avrete migliaia di risultati che annunciano nuove Silicon Valley ovunque. Quanto c’è di vero? Poco. La fine della Silicon Valley è stata dichiarata a ogni crisi economica. Ma ancora non si vede all’orizzonte, anzi. Nelle varie crisi passate, negli anni 70 con un calo drastico degli investimenti pubblici, negli anni 80 con la forte competizione asiatica nel settore informatico, negli anni 90 con la fine della Guerra fredda e l’inizio della recessione, agli inizi del 2000 con la bolla dot.com e gli attentati terroristici, dal 2008 in poi con la crisi economica mondiale, si è sempre vista una fuga da San Francisco e dalla Silicon Valley.

Ogni volta sembrava che tutto stesse finendo. E ogni volta, dopo le crisi, la Silicon Valley ha avuto i suoi momenti migliori di crescita esponenziale, che hanno rafforzato la sua supremazia. Dopo l’esodo, quando l’ecosistema riparte , arriva una nuova ondata di talenti e cervelli con ancora più sprint e voglia di successo. La Silicon Valley ogni volta ha puntato più in alto in termini di investimenti, innovazioni, sfide, sfruttando la propria abilità di spostare il focus da una tecnologia alla successiva. Ogni crisi ha azzerato e fatto ripartire il ciclo di innovazione. Il segreto di questa resilienza sono le relazioni e i capitali.

RELAZIONI. La Silicon Valley è un hub di innovazione che tiene legato ogni elemento a doppio fi lo con altri 100 elementi. Ognuno di questi si influenza in maniera positiva in termini di innovazione, produttività, ricerca, fatturato. Estrarsi da questo circolo virtuoso spesso comporta più perdite che benefici. Spostare la propria azienda ad Austin sicuramente farà risparmiare tasse, stipendi o affitti, ma fa perdere il contatto quotidiano e diretto con una realtà che continua a pedalare a una velocità superiore.

Sam Altman (ex presidente di YCombinator) ha twittato: “Se vuoi avere il maggior impatto possibile nel tech, dovresti comunque trasferirti nella Bay Area. Il futuro sarà sicuramente più distribuito, ma gran parte delle più importanti aziende statunitensi create nel prossimo decennio continuerà a trovarsi entro 50 miglia da San Francisco”.

CAPITALI. A ogni crisi è seguito un boom economico, e la ricchezza creata da ogni boom è durata più a lungo di ogni crisi. In nessun altro hub tecnologico si è ancora formata una ricchezza così vasta insieme a competenze tecnologiche così approfondite e propensione al rischio così spiccata: 3 elementi chiave per una ripartenza. Anche questa volta: secondo i dati di PitchBook, gli investimenti in startup negli Stati Uniti sono rimasti incredibilmente alti nel 2020, arrivando a toccare il record di 156 miliardi di dollari, di cui quasi il 60% solo in Silicon Valley.

Citando Margaret O’Mara, autrice di The Code: Silicon Valley and the Remaking of America: “La Silicon Valley non è più solo un luogo nel nord della California. È una rete globale, una sensibilità per il business, un’insieme di usi e costumi, vision e mission comuni”. Centinaia di posti in giro per il mondo si sono ribattezzati Silicon Deserts, Forests, Roundabouts, Steppes and Wadis, nel tentativo di catturare parte della magia dell’originale. I suoi ritmi regolano come ogni altra industria funziona. Alterano il modo in cui gli umani comunicano, imparano e si mobilitano collettivamente. Ribaltano le strutture di potere e ne rinforzano molte altre. La Silicon Valley è morta? La Silicon Valley, dopo questa crisi, starà meglio di prima.

di Luigi Bajetti e Irene Mingozzi

Tratto da Millionaire di febbraio 2021. 

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