La startup che crea scarpe sostenibili con materiali vegani e animal free

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Gio Giacobbe, co-founder di ACBC

«Se di una scarpa da ginnastica mantieni la suola e cambi solo la tomaia, risparmi 10 kg di CO2». Gio Giacobbe, 38 anni, ed Edoardo Iannuzzi, 35, sono partiti nel novembre 2017 dall’idea di una sneaker con la zip, che rendeva le tomaie intercambiabili. Oggi creano e producono scarpe sostenibili, realizzate con materiali vegani e animal free. La loro azienda si chiama ACBC (Anything Can Be Changed) ed è la prima B Corp italiana nel settore delle calzature.

In 3 anni è arrivata a fatturare 10 milioni di euro in valore retail, conta 7 negozi monomarca in Europa (di cui uno in Italia, a Santa Margherita Ligure) e 10 in Cina. Realizza il 65% del suo fatturato all’estero. Quest’anno è cresciuta del 110%, per la stagione primavera-estate 2022 ha venduto 100mila paia di scarpe. Terminato il proprio ciclo di vita, le sneaker possono essere riportate in negozio per essere convertite in pavimentazione antiurto per i parchi giochi.

Come inizia la vostra storia?
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Edoardo Iannuzzi, co-founder di ACBC

«Ero il direttore generale di Trussardi Asia e vivevo a Shanghai. Un giorno del 2017 ho visto su Facebook dei disegni di una sneaker con la zip, che rendeva la tomaia intercambiabile. Erano di Edoardo, che lavorava come designer in uno studio a Londra. L’ho contattato, il caso ha voluto che in quei giorni si trovasse in Cina e ci siamo incontrati» ci ha raccontato Giacobbe.

Dall’idea all’impresa: come avete fatto?

«Dovevamo testare l’idea, così abbiamo realizzato un video che raccontava il prodotto e le sue funzionalità, spiegava perché una scarpa può essere modulare. Lo abbiamo messo su Kickstarter per lanciare una campagna di crowdfunding. Ha avuto un successo incredibile: 50 milioni di visitatori, è stato ripreso dai media di tutto il mondo, fino a El Mundo in Argentina. Il Boston Globe ci ha definito la “Apple delle calzature”. Non avevamo ancora fondato l’azienda, ma ci ha dato il coraggio di crederci».

Come sono stati gli inizi?

«Abbiamo buttato un sacco di soldi. Il fatto è che volevamo a tutti i costi trovare un produttore che ci aiutasse a realizzare una zip intercambiabile, ma non ci riuscivamo. Stavamo quasi per rinunciare, quando ne abbiamo trovato uno in Corea. Con lui abbiamo creato il primo brevetto. Prima di noi non esisteva una zip così».

Cosa significa zip intercambiabile?

«Significa che può combaciare con qualsiasi tipo di tomaia e suola, indipendentemente dal modello. Il vantaggio è in termini di sostenibilità: se dopo 2-3 anni vuoi cambiare la tomaia, vai in un qualsiasi nostro negozio e puoi farlo. Forti di questo brevetto, siamo andati a cercare il primo investitore, lo abbiamo trovato in Italia: Compagnia Digitale Italiana ha investito 800mila euro. A quei tempi eravamo ancora in Cina. A oggi abbiamo raccolto capitali per un totale di 5,2 milioni di euro, nel 2020 siamo state tra le 10 startup in Italia che hanno raccolto di più».

Come trovare il primo investitore?

«Non è stato facile, abbiamo fatto un centinaio di incontri. Sapevamo di avere i tre elementi che un venture capitalist considera: l’idea, il team e un action plan. Ma sapevamo anche che anything can be changed (tutto può essere cambiato), come dice il nostro nome: siamo aperti a tutto, non ci fossilizziamo su un’idea. Di una cosa però eravamo certi: la direzione era quella della sostenibilità».

E la sostenibilità dove vi ha portato?

«A brevettare il tacco biodegradabile e la suola in lana. A realizzare le tomaie con palma, foglie di banano, bucce di mela, scarti dell’uva. Tutte le nostre scarpe sono vegane e animal free. Abbiamo realizzato un filler naturale in polvere di ostrica. Siamo in costante ricerca e sviluppo, abbiamo ottenuto altri 4 brevetti. Da 2 siamo diventati 25».

Dalle scarpe con le zip alle scarpe sostenibili in generale…

«Il passaggio è avvenuto su suggerimento di un nostro cliente, Armani. Premetto che, oltre a produrre per i nostri negozi, sin dai primi tempi abbiamo attivato collaborazioni con altri brand come Love Moschino, EA7 (Emporio Armani 7), Save the Duck: produciamo per loro delle green capsule collection (piccole collezioni sostenibili, ndr). È uno strumento per noi per diffondere il brand e aiutarlo a definirsi sostenibile. È stato Armani (l’azienda) che nella seconda stagione ci ha chiesto di produrre una scarpa sostenibile senza zip. Oggi queste costituiscono la maggior parte della nostra offerta, ma la zip shoe è ancora nelle nostre collezioni».

È possibile realizzare una calzatura 100% sostenibile?

«Al momento no, perché il prezzo sarebbe troppo alto per una sneaker. Il difficile è bilanciare etica, estetica e prezzo. Una sneaker sostenibile oggi costa non meno di 80 euro, con un prezzo di 120 euro mantieni la sostenibilità a un livello medio. Il livello più alto di sostenibilità (75%) lo abbiamo raggiunto con Missoni, perché ha un “punto prezzo” più alto e questo ci ha permesso di utilizzare più contenuti sostenibili».

Online o negozio fisico?

«L’acquisto della scarpa sostenibile deve essere un’esperienza: devi toccare il prodotto, provarlo. Solo il 15% del nostro fatturato è realizzato con l’e-commerce. Abbiamo 7 negozi in Europa e 10 in Cina. E a inizio 2022 apre il primo franchising a Bari (chiunque voglia aprire un nostro negozio può contattarci). Recentemente abbiamo anche lanciato un programma di affiliazione indirizzato a chi ha un sito, un blog o un profilo sui social orientato alla moda sostenibile: si guadagna una commissione tutte le volte che si vende un nostro prodotto».

Un prodotto sostenibile può anche essere bello?

«Sì. Noi non abbiamo problemi di colori, texture, lavorazioni. E comunque oggi la gente vuole avere prodotti sostenibili, è orgogliosa di comprarli. E di vedere il granulato nella suola, i dettagli in sughero, i lacci di corda…»

Dove producete?

«Il tema per noi non è il “made in” ma il “made how”, quindi non dove produci, ma come produci. Se devi produrre in Italia, ma senza le certificazioni di sostenibilità (che possono riguardare l’inquinamento, l’energia elettrica, i dipendenti, i contributi pagati) preferiamo produrre all’estero. Per ridurre l’impatto, non facciamo viaggiare i materiali, cioè produciamo in Asia con materiali asiatici e in Europa con materiali europei».

Siete la prima B Corp italiana nel settore delle calzature: cosa significa?

«Significa ottenere una certificazione, rilasciata da un ente non profit americano che si chiama B Lab, che attesta che sei in possesso di determinati requisiti di sostenibilità (in tema di governance, comunità, persone, clienti e ambiente). Bisogna rispondere a un questionario di 500 domande, fare 3 audit, preparare la documentazione e superare dei colloqui».

Il momento più difficile?

«La pandemia. Per la prima volta non sapevamo come sarebbe stato il futuro. Ma ancora una volta ci ha fatto capire che la chiave è la sostenibilità: l’unica cosa bella del periodo del lockdown era vedere il cielo azzurro attraverso le finestre».

Info: https://acbc.com

Tratto dall’articolo “L’innovazione ai tuoi piedi” pubblicato su Millionaire di ottobre 2021.

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L’apertura dell’articolo pubblicato su Millionaire di novembre 2021
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