Mark Zuckerberg al Congresso degli Stati Uniti e il caso Cambridge Analytica

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Foto Flickr Anthony Quintano - Facebook F8 2017 San Jose Mark Zuckerberg

Il 10 aprile il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg compare per la prima volta davanti al Senato degli Stati Uniti per rispondere alle accuse sul caso Cambridge Analytica. Abbandonata la sua solita mise sportiva, si è presentato alle commissioni Commercio e Giustizia e ha risposto per cinque ore alle domande di 44 senatori. Si è assunto le responsabilità, assicurando il massimo impegno.

“È chiaro che non abbiamo fatto abbastanza per impedire che questi strumenti (offerti dal social) venissero usati anche per fare danni. Ciò vale per le fake news, per le interferenze straniere nelle elezioni e i discorsi di incitamento all’odio, così come per la privacy. Non avevamo una visione abbastanza ampia della nostra responsabilità. E questo è stato un grosso errore. È stato un mio errore, mi dispiace. Ho creato Facebook, lo gestisco e sono responsabile di ciò che vi accade… Sappiamo che Cambridge Analytica potrebbe aver raggiunto 87 milioni di persone. Ci vorrà del tempo, ma andremo fino in fondo e ci assicureremo che non accada più” ha dichiarato Zuck.

Concetti ribaditi oggi alla Camera, dove il fondatore di Facebook ha ammesso che anche il suo profilo risulta tra quelli utilizzati da Cambridge Analytica.

Marzo 2018: scoppia il caso

Tutto ha inizio con un’inchiesta giornalistica. Da New York Times, Observer e Guardian arrivano le prime accuse a metà marzo: Cambridge Analytica, società inglese di consulenza e analisi di big data, avrebbe rubato informazioni da 50 milioni di profili Facebook per influenzare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e il referendum sulla Brexit nel Regno Unito. A rivelarlo è un ex dipendente della società.

Il ruolo di Facebook

I problemi per Facebook hanno origine ancora più lontana. Nel 2013 il ricercatore dell’Università di Cambridge Aleksandr Kogan realizzò un’app (thisisyourdigitallife) per quiz sulla personalità. Accedendo all’app tramite Facebook, circa 270mila utenti hanno condiviso informazioni personali proprie e dei propri amici. Un archivio enorme che Kogan, in seguito, ha condiviso proprio con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook. Nel 2015 Cambridge Analytica rivela tutto a Facebook, sostenendo di aver distrutto quei dati. Vuole anche evitare che la società di Zuckerberg sospenda il proprio account, come solitamente avviene in caso di violazione delle regole. E come è avvenuto il 16 marzo, poco prima che il caso esplodesse.

Le colpe di Facebook? Aver reso possibile la raccolta dei dati, non aver protetto la privacy degli utenti, non averli informati della diffusione dei loro dati e non essersi accertato dell’effettiva distruzione di quei dati da parte di Cambridge Analytica. Nel giro di poche ore i vertici dell’azienda tremano, il titolo crolla in Borsa.

Le scuse di Zuckerberg

Dopo giorni di silenzio, Zuckerberg dà le prime spiegazioni agli utenti con un post su Facebook, il 21 marzo: “Abbiamo la responsabilità di proteggere i tuoi dati. Ho lavorato per capire esattamente cos’è successo e come fare in modo che non succeda di nuovo. Ma abbiamo commesso degli errori, c’è altro da fare e dobbiamo farlo”. Dal 2014 “le applicazioni come quelle di Kogan non possono più chiedere dati sugli amici di una persona a meno che gli amici non diano autorizzazione… Nel 2015 abbiamo appreso dai giornalisti del Guardian che Kogan aveva condiviso i dati della sua app con Cambridge Analytica. È contro la nostra policy, quindi abbiamo immediatamente cancellato l’app di Kogan dalla nostra piattaforma, chiedendo sia a Kogan che a Cambridge Analytica di certificare formalmente di aver eliminato tutti i dati acquisiti in modo improprio”. Zuck dice di aver appreso dai giornali, lo scorso marzo, che la distruzione non è di fatto avvenuta. “È stata una violazione del rapporto fiduciario tra Kogan, Cambridge Analytica e Facebook. Ma anche tra Facebook e le persone che condividono i loro dati con noi e si aspettano che noi li proteggiamo… Sono responsabile di quello che succede sulla nostra piattaforma. Faremo ciò che serve per proteggere la nostra comunità”.

87 milioni di profili coinvolti, anche italiani

A inizio aprile Facebook conferma che milioni di profili sono stati utilizzati da Cambridge Analytica, non 50, ma 87 milioni, secondo una stima in eccesso. Tra questi ci sono circa 214mila italiani. Il social ha iniziato ad avvisare gli utenti coinvolti con notifiche dirette a partire dal 9 aprile. In più chiunque può verificare se Cambridge Analytica ha utilizzato i propri dati a questo link: https://www.facebook.com/help/1873665312923476?helpref=search&sr=1&query=cambridge.

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