Quinoa: dalle Ande all’Italia (coltivarla si può)

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sebastiano tundo quinoa

Ingegnere, contadino, innovatore: vuole creare una filiera della quinoa Made in Italy. Ecco l’impresa di un giovane agricoltore.

«Amo la terra. Ho cambiato vita per coltivare quinoa in Italia. Un prodotto bio, italiano e che fa bene». Sebastiano Tundo, 32 anni, ha una laurea in Ingegneria edile al Politecnico di Torino, due anni di lavoro in uno studio di architettura a Bologna, altri da libero professionista, poi la scelta, impegnativa: assecondare la passione per l’agricoltura, che aveva fin da bambino, quando accompagnava lo zio, Emilio Lanzoni, nella sua terra, a San Biagio di Argenta (Fe). E portarci qualcosa di nuovo e antico insieme, la quinoa. Nuovo perché in Italia questo tipo di coltivazione è ancora all’inizio. Antico perché questa pianta la coltivano in Sud America fin dall’antichità. E il motivo c’è: è un superfood, buono e salutare. Da coltivare anche da noi, ma nel rispetto dell’ambiente e delle persone.

La chiamano pseudocereale, perché dai suoi semi si può ricavare farina. Ma in realtà la Chenopodium quinoa è una pianta erbacea della famiglia degli spinaci e delle biete. I suoi semi sono da sempre una risorsa per le popolazioni sudamericane. Cresce anche ad altitudini elevate, oltre 4000 metri, in condizioni estreme di siccità, temperatura e salinità del terreno. La più coltivata al mondo è la quinoa real, con chicchi grandi e dolci e un basso contenuto di saponina nella scorza. Nel mondo se ne coltivano oltre 160mila tonnellate, prevalentemente in Perù e Bolivia (dati Università di Firenze, Faostat 2018).

Anche in Europa e Italia se ne sono scoperte le qualità e i consumi aumentano, spinti dalla richiesta di alimenti proteici e alternativi a quelli con glutine.

Al mondo ne esistono oltre 220 varietà, con semi gialli, marroni e neri. La novità? Anche in Italia si sono selezionate varietà che crescono bene, in pianura e in collina, a tutte le latitudini, senza bisogno di irrigazione.

Food save the Quin

tundoOggi Sebastiano guida l’azienda agricola, che ha il suo nome, un agripub e un pastificio artigianale, La Romagnola Bio, che produce anche conto terzi. Per realizzare il suo progetto di coltivazione e trasformazione di quinoa, si è messo a studiare, ha chiesto la collaborazione dell’Università di Piacenza, per il supporto scientifico e agronomico.

Lo zio l’ha aiutato con tutta la sua esperienza di agricoltore, ma un anno e mezzo fa è mancato. Un lutto che ha lasciato Sebastiano da solo, nella sua avventura. Ma lui ci mette tutto il suo entusiasmo da pioniere, la sua determinazione, con l’obiettivo di creare la filiera italiana della quinoa.

Ha creato il suo brand, Quin, e un team di cui fanno parte Dora Melo Ortiz, agronoma, ex ricercatrice a Piacenza (collaboratrice del professor Vincenzo Tabaglio, dell’Università Cattolica, facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali, che segue il progetto), la sorella Virginia, che cura la parte commerciale, Virginia Ragazzini, grafica, che si occupa del sito, dei social e dello shop online, e due collaboratori esterni per il marketing e l’ufficio stampa. In campo, lavora Sebastiano e un agricoltore contoterzista. Da ottobre, si sono uniti a loro un responsabile della produzione e magazzino e un agricoltore.

Nel 2018, il progetto, è stato premiato con l’Oscar Green 2018 nella categoria Impresa 3.Terra, in Emilia-Romagna.

Le motivazioni di una scelta

Sebastiano sta molto in campagna. «Amo questa vita. Anche in questo periodo storico, in cui l’agricoltura è difficoltosa, deve fare i conti con siccità, alluvioni, insetti, è comunque un settore in cui si sta bene. Più che in ufficio! Un imprenditore può spaziare in vari ambiti e realizzare sogni e idee. La legge ci permette di fare ogni cosa, dalla produzione alla vendita di semilavorati, alla trasformazione del prodotto agricolo. Un bell’aiuto ai giovani. Non si può farcela aprendo un’azienda e facendo solo seminativo. Ora invece si può cominciare anche solo con poca terra, trasformare il proprio prodotto e portarlo sul mercato. Con minori investimenti e capitali e tempi di rientro ragionevoli.

Sono contento di come sta andando la mia attività. Anche se in questa fase reinvesto nello sviluppo tutto quello che guadagno. Il mio obiettivo è trasformare tutto in biologico e creare la prima filiera bio di quinoa in Italia».

La nascita di una filiera

Tundo crede nella collaborazione. «Coltivo un prodotto biologico, nella mia azienda (100 q l’anno, produzione Quin). Al mio fianco, altri agricoltori, legati a me con contratti di conferimento. Tutti insieme per ora coltiviamo a quinoa 60 ettari. L’anno prossimo dovrebbero raddoppiare. Cerchiamo altri agricoltori che credano nel progetto. Ritiriamo i raccolti e li lavoriamo in un magazzino specializzato. Apposite macchine selezionano le sementi e tolgono le impurità. Poi commercializziamo i semi o produciamo semilavorati, appoggiandoci a fornitori: farina, gallette e cracker, pasta, quinoa soffiata e in fiocchi. E birra, o meglio, quinoa birrificata, bevanda in cui la quinoa sostituisce il malto, adatta anche ai celiaci. Tre varietà: Ipa, Ale, Maqui. Noi ci occupiamo della commercializzazione vendendo online, in fiere, in negozi che forniamo e a breve nella grande distribuzione».

A Sana, a settembre, Quin ha presentato l’intera gamma dei suoi prodotti. «Gli agricoltori della filiera possono trattenere una parte di prodotto e venderla con il proprio brand».

Le opportunità

La quinoa è una coltivazione utile, adatta ai terreni di Sebastiano. «Si adatta alle esigenze della mia azienda e alla mia idea di futuro. Avevo le attrezzature per l’agricoltura estensiva, ma volevo una coltura con un impatto ecologico meno pesante di quelle tradizionali. I terreni, nella rotazione, erano coltivati anche a barbabietola. Una coltura ormai quasi in abbandono, gli zuccherifici chiudono. La quinoa invece piace sempre di più. La nostra varietà, poi, ha un basso contenuto di saponine (che non fanno bene e hanno un gusto amaro), rimane integrale, si può consumare senza decorticazione o risciacquo».

In azienda, si sta coltivando un appezzamento con una varietà con più saponina, per realizzare prodotti per la farmaceutica e la cosmesi. Anche le foglie possono essere usate a fini alimentari. «Ma su questo dobbiamo ancora lavorare» spiega Sebastiano.

Una produzione sostenibile

La sostenibilità è un obiettivo importante. «Facciamo tutto il possibile. Coltiviamo bio, secondo il disciplinare. Nessun diserbante, facciamo solo interventi meccanici, non ariamo, rispettando l’humus, applichiamo le rotazioni delle colture, concimazione solo organica. Stiamo installando impianti fotovoltaici sul tetto dell’azienda. Il packaging è in carta riciclabile, ma in grado di conservare perfettamente il prodotto. In Sud America, la coltivazione di quinoa è diventata estensiva e i terreni sono sfruttati fino a inaridirli. Da noi non deve succedere. Poi, il fatto di coltivare in Italia, permette di ridurre le spese di trasporto. E di offrire un prodotto da coltivazioni bio controllate».

Il mercato

La quinoa si vende sempre di più, anche se i dati più recenti hanno già più di due anni. «La produzione italiana non è sufficiente per rispondere alla domanda. Il mercato è in crescita. Noi cerchiamo di educare a un consumo italiano, investiamo molto in comunicazione. Il brand Quin è una mia idea, il marchio l’abbiamo elaborato con un grafico. Ogni giorno mi impegno molto nello sviluppo del sistema commerciale. La comunicazione e un ufficio stampa sono fondamentali per cominciare. Investo 100mila euro l’anno in macchinari, attrezzature e comunicazione».

Consigli per chi comincia

«Partire da zero da soli è difficile. Meglio appoggiarsi a un contoterzista, che abbia attrezzature agricole per raccolta e lavorazione. Poi bisogna collaborare tra imprenditori, soprattutto giovani. Molti agricoltori sono chiusi, hanno paura che qualcuno rubi loro le idee. Invece bisogna studiare, formarsi e muoversi insieme. Poi, appoggiarsi alle associazioni di categoria. Io mi trovo molto bene con Coldiretti. Mi hanno aiutato nell’ottenere finanziamenti a fondo perduto e in percentuale sull’investimento, grazie a bandi del Psr (Programma di sviluppo rurale). Anche i rapporti con la banca devono essere buoni».

Tratto da Millionaire di ottobre 2021. 

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L’apertura dell’articolo pubblicato su Millionaire di ottobre 2021
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