Tim Cook incontra gli studenti italiani a Firenze

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Il Ceo di Apple Tim Cook ha incontrato gli studenti italiani oggi pomeriggio, a Firenze, ospite dell’Osservatorio Permanente Giovani Editori, in occassione dei 18 anni della fondazione.

Dopo un’intervista condotta dalla giornalista Maria Latella, ha risposto alle domande a tutto campo dei giovani in platea: su tecnologia, intelligenza artificiale, terrorismo, costo degli iPhone.

Ecco i passaggi più belli del suo intervento trasmesso in diretta streaming dal Corriere della Sera:

“Sono nato in una famiglia con pochi mezzi, di classe medio-bassa. Vedevo mio padre andare a lavorare sodo tutti i giorni per provvedere alla sua famiglia. Non amava il suo lavoro, ma si impegnava per noi. Io avevo 16 anni. Ho capito che il mio obiettivo sarebbe stato fare un lavoro che avrei amato. E raggiungere i miei obiettivi. Trova qualcosa che ti piace davvero e realizzati in quella cosa”.

“Per un periodo sognavo di fare il musicista, ci ho provato, ma ero terribile, pessimo. L’importante, quando ti senti solo o incompreso, è avere fiducia, fiducia nel fatto che troverai qualcosa che ti piace fare, fiducia nel fatto che troverai persone che ti ameranno. Ma devi lavorare duramente”.

Sulla violenza in rete Tim Cook rimanda al senso di responsabilità di ognuno di noi: “Siamo cittadini del mondo. Oggi Internet offre nuovi modi di comunicare. Ci sono persone che fanno cose inappropriate. Ma dipende da noi isolare queste persone, farle sentire sole, non assecondarle, non contribuire alla violenza”.

Fake news? Bisogna cercare sempre fonti attendibili per le notizie. Se su un argomento ci sono persone che la pensano in maniera diversa dalla posizione dominante, ascoltale, c’è la possibilità che quella sia la strada giusta da seguire. Niente è più importante nella vita e nel business che sentire le idee degli altri, punti di vista diversi“.

Su Steve Jobs

Lavorare con Steve Jobs è stato un privilegio, perché Steve era un genio, incredibilmente focalizzato sulle cose. Puntava all’eccellenza. Ed è stata un maestro, un mentor per me e per molte altre persone. Perché mi ha assunto? Perché era convinto che il team di un’impresa debba essere come una band: ognuno suona uno strumento differente. Il business è così. C’era una chimica tra di noi, così diversi e complementari. Gli piaceva che avessi un’opinione, anche diversa dalla sua, critica, perché non amava gli “yes man”.

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