Translated raccoglie 30 milioni di dollari. «Miglioreremo il rapporto uomo-macchina. Il segreto per farcela? Essere naif»

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«Il segreto per innovare è essere un po’ naif, sottovalutare i problemi in modo da avventurarsi, quasi inconsapevolmente, in strade che altri hanno abbandonato».

Ha risolto tra i primi quello che viene considerato un problema universale. Il problema della lingua. Lo ha fatto costruendo una relazione simbiotica tra uomo e macchina. Lui si chiama Marco Trombetti. Ha fondato nel 1999, con la moglie Isabelle Andreu, Translated, servizio di traduzioni in 194 lingue che sfrutta l’intelligenza artificiale e l’uomo. E oggi, 22 anni dopo la nascita, chiude il primo round. Un super round per l’Italia. Ha appena raccolto 30 milioni di dollari, di cui 25 milioni dal fondo francese Ardian Growth, fondo tra i più grandi in Europa con una dotazione di 110 miliardi di gestione. «I fondi europei capiscono meglio il problema della lingua rispetto a quelli americani» dice.

Marco è un astrofisico e un computer scientist. Lei, Isabelle, è una linguista. Si incontrano in Francia, da studenti, si innamorano. Lei finisce l’università, poi si trasferisce a Roma, e inizia a lavorare per un’azienda.

«Abbiamo fondato Translated perché volevamo passare del tempo insieme. Entrambi consideravamo il problema della lingua come uno tra i più grandi per l’umanità. Più le persone saranno in grado di comprendersi tra loro, più potremo raggiungere grandi traguardi».

Sono gli anni del boom di Internet, della prima bolla. I due partono tra mille difficoltà. «In Italia non c’era nulla, siamo stati aperti all’estero fin dal giorno 1». Marco va subito in Silicon Valley a cercare clienti e parla con tutti. Incontra Google. Dal 2004 traduce per loro in esclusiva tutti gli annunci pubblicitari. Poi è la volta di Airbnb. Il loro sito in inglese viene tradotto in 62 lingue da Translated. Marco riceve continue proposte di acquisizione. Rifiuta anche quella di Google. Fa di tutto per attirare traffico sul suo sito.

Oggi Translated, basata a Roma, è una delle compagnie di traduzioni più grandi al mondo. Ha 150mila clienti. In 20 anni, è cresciuta del 31,8% ogni anno e la sua valutazione è nell’ordine di centinaia di milioni di dollari. Fattura 40 milioni di euro. Utili: 10 milioni, 100 dipendenti.

«Siamo stati i primi a lavorare sulla simbiosi macchina-uomo. Sviluppiamo una tecnologia che suggerisce all’uomo una prima traduzione. Poi traduttore in carne e ossa corregge, migliora, sistema e la macchina impara. Inseguendo sempre più l’uomo. Lavoriamo con 200mila professionisti. Li abbiamo valutati tutti grazie a una strategie di machine learning, imparata da Paul Graham, il fondatore di Y Combinator». Il risultato? Tempi dimezzati e una qualità migliore.

«Il cervello di una macchina è 1.500 volte più piccolo di quello umano. È grande come quello di un topo, ma è già magico il fatto che possa tradurre e imparare. Con i nuovi finanziamenti possiamo accelerare. Da un lato, portare la nostra tecnologia a disposizione delle aziende, dall’altro fare in modo che il cervello della macchina assomigli sempre più a quello dell’uomo. Dobbiamo migliorare la parte di hardware, la quantità e la qualità dei dati che siamo in grado di processare e la capacità di apprendimento della macchina. A differenza di Google, Apple, Amazon, che stanno sviluppando tecnologie che rimpiazzano gli umani, noi crediamo che questo non sia possibile. La strada giusta per la lingua è la simbiosi».

Nel 2015 Translated viene premiata dalla Commissione europea. Nel 2017 è nominata dal Financial Times come una delle aziende in più rapida crescita in Europa.

«Credo che nella nostra storia abbia funzionato il fatto che noi fossimo “naif”.  Abbiamo sottovalutato i problemi e siamo andati avanti dove altri hanno rinunciato. Io non sapevo per esempio che la traduzione automatica era il problema su cui Alan Turing lavorava quando pensava al suo calcolatore elettronico. Mi sono buttato su un problema, senza sapere quanto grande fosse».

Gli uffici di Translated sono a Roma in stile Silicon Valley («ma con dentro anche la filosofia di Olivetti»): ex ville di lusso, all’Eur, con piscina e massaggiatore. «L’ho fatto per attirare il talento, perché questa è stata la mia più grande difficoltà» racconta Marco. Visionario, investitore, nel 2007 ha co-fondato Memopal, venduta poi a una società quotata alla Borsa di Londra. E con i profitti ha co-fondato Pi Campus, una società di venture capital che investe in startup tecnologiche early-stage, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale.

Ai giovani innovatori dice: «Primo: siate naif e circondatevi di persone naif. Le riconosci perché provano a fare cose che tutti gli altri intorno reputano impossibili. Secondo: non valutate mai le opportunità in funzione del loro valore attuale. L’essere umano sottovaluta il potere del computing growth, della crescita esponenziale. Eppure le cose che crescono di più sono all’inizio quelle più piccole».

 

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