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GenZ e sicurezza alimentare

Da una survey condotta da McKinsey emerge che la GenZ chiede maggior attenzione alla sicurezza alimentare

Cambiamenti climatici e Generazione Z sono un binomio che compare con frequenza in tv, sui giornali, sul Web o anche nelle conversazioni quotidiane delle persone. I giovani nati dal 1996 in avanti, infatti, costituiscono la generazione più sensibile rispetto alle tematiche di salvaguardia dell’ambiente che interessano, consciamente o inconsciamente, la vita di tutti.

Un approccio interessante e leggermente differente da quello adottato sinora per studiare la questione GenZ e cambiamenti climatici, arriva dalla sede americana della società di consulenza McKinsey & Co: gli advisor statunitensi, infatti, hanno realizzato una survey che coinvolge alcune decine di partecipanti, tutti appartenenti alla GenZ, per comprendere l’approccio di questa generazione rispetto a temi come cibo e agricoltura.

Di più: dal momento che i giovani si trovano in quella fase della loro vita in cui, per obbligo o per scelta, sono chiamati a frequentare scuole e università, McKinsey ha provato tracciare una mappa relativa all’approccio che hanno scuole e università americane rispetto alla gestione delle risorse alimentari proprio sulla scorta della sensibilità mostrata dai loro più recenti alunni.

 

La situazione negli Stati Uniti e a livello globale

E così, oltre a dati che fotografano la situazione agroalimentare a livello globale, lo studio di McKinsey evidenzia alcune best practice nella gestione del cibo che sono tutte merito dei GenZers. Vediamo insieme alcuni dati. Nel corso del 2021, i soli Stati Uniti hanno registrato che circa 40 milioni di persone (su oltre 329 milioni di popolazione totale) hanno sofferto la fame.

L’insicurezza alimentare, poi, si è rivelata più drammatica per afroamericani e latini, i quali hanno sperimentato una mancanza che tocca rispettivamente 2,5 e 2 volte in più rispetto a una famiglia americana composta da bianchi.

L’inflazione, da ultimo, non ha certo migliorato le cose: a causa della guerra in Ucraina, tanto negli Stati Uniti quanto in altre parti del mondo, la scarsità di prodotti alimentari comincia a farsi sentire. Quindi, in McKinsey, ci si è chiesti: come gestiscono i college e le università negli Usa la delicata situazione alimentare, considerando che ospitano gli alunni più attenti, sensibili e attivi sul tema?

Ebbene, priorità di università e college in materia di sostenibilità alimentare è il cosiddetto “food cycling” (traducibile con “circolo alimentare”): sotto pressione degli studenti GenZers, si cerca di incentivare il più possibile la filosofia “ridurre, riutilizzare, riciclare”.

Scuole e università in prima linea contro lo spreco alimentare

Da questo punto di vista, emerge lo sforzo di numerosi college e università per implementare programmi per la riduzione degli sprechi alimentari, ad esempio a attraverso la creazione di mense per i più bisognosi rifornite con il cibo non toccato nei refettori dei campus, oppure attraverso la donazione di fondi non utilizzati per lo sviluppo di piani alimentari a sostegno di studenti bisognosi.

Queste misure sono necessarie per garantire un equo accesso all’istruzione per tutti: la ricerca di McKinsey registra che il 29% degli studenti americani ha avuto problemi di sicurezza alimentare negli ultimi 30 giorni prima della survey. All’interno di uno specifico campus (il nome è stato omesso), è stata messa a punto una strategia particolare per evitare sprechi alimentari: le mense hanno smesso di fornire vassoi agli studenti, forzando i commensali a favorire pasti più moderati. Il calo degli sprechi è stato del 22%.

Altre scuole, invece, hanno optato per le cosiddette “doggy bag”, contenitori che permettono di portarsi via gli avanzi per consumarli in un secondo momento. Parallelamente a questa pratica, McKinsey registra anche una crescita del mercato globale delle “lunch box”.

 

Agricoltura e allevamento, la grande sfida dei GenZers

Passando ad agricoltura e allevamento, poi, le pratiche alternative alle tradizionali coltivazioni su campo e macellazione sono abbracciate con entusiasmo dalla GenZ (e anche dai loro atenei).

Considerando che il 27% delle emissioni di gas a livello globale sono generate da allevamento e agricoltura (cifra che sale 50% con riguardo alle sole emissioni Usa), non sorprende che il 77% dei giovani americani sia disposto a valutare soluzioni alternative. Derivati della soia e carne cresciuta in laboratorio non solo costano circa 150 volte meno dei propri equivalenti animali, ma rappresentano anche un’industria in piena crescita, con un valore stimato in 25 miliardi di dollari entro il 2025.

Stesso discorso per l’agricoltura: molte università stanno offendo programmi di laurea in “idroponica”, ossia la tecnica di coltura per far crescere piante e ortaggi in verticale, all’interno delle cosiddette “hydoponic farms”. Il risparmio di spazio è notevole, perché evita di utilizzare interi lembi di terra per coltivazioni a tappeto, ma il vero gioiello dell’idroponica è il risparmio di acqua: i consumi potrebbero esser abbattuti fino al 97%. Senza menzionare che l’industria dell’agricoltura idroponica avrà un valore attorno a 500 miliardi di dollari entro la fine del decennio.

Insomma, gli strumenti per gestire cibo e politiche agricole in ottica sostenibile ci sono tutti, la generazione pronta a impegnarsi anche. Resta solo da vedere come andranno le cose.

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