cura container

Da container a ospedali: il progetto italiano open source per l’emergenza

Un container per la terapia intensiva, pronto all’uso, veloce da installare, trasportabile in qualsiasi città del mondo, e al tempo stesso sicuro. Si chiama CURA (Connected Units for Respiratory Ailments). L’ha ideato l’architetto italiano Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab al MIT di Boston, per rispondere alla carenza di postazioni nei Paesi più colpiti dal Coronavirus.

«Il progetto è nato poche settimane fa, quando l’emergenza ha iniziato a cambiare le nostre priorità. Abbiamo sentito il bisogno di mettere in campo le nostre conoscenze per offrire una soluzione immediata. Così è nata una task force internazionale di ingegneri, medici, esperti militari e ong, che ci permette oggi di puntare a uno sviluppo su vasta scala» spiega Ratti. Il primo prototipo lo stanno realizzando a Milano, con il sostegno di Unicredit.

C’è di più. CURA è un progetto non profit, aperto, open source, che chiunque può sviluppare scaricando le informazioni in Rete. Professionisti, scienziati, innovatori e organizzazioni possono dare il loro contributo. In Italia, tra gli altri, stanno già collaborando l’Istituto clinico Humanitas e il Policlinico di Milano.

Come funziona CURA

Ogni container è riconverito per creare una stanza di biocontenimento, lunga circa 6 metri, con due posti letto attrezzati per la terapia intensiva, pressione negativa e una pompa che purifica l’aria. In questo modo medici e infermieri non rischiano il contagio. Il containter funziona in autonomia e può essere spedito ovunque. Combinando più unità, collegate da un corridoio gonfiabile, si possono ottenere configurazioni multiple a moduli (da 4 a oltre 40 posti letto), che potrebbero essere posizionate vicino agli ospedali o in altri spazi liberi in città.

Info: https://curapods.org/

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