Da Starbucks a Airbnb, i colossi americani contro il bando di Trump

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Assunzioni, case libere e un fondo da quattro milioni a favore dei rifugiati. Ecco come rispondono le multinazionali al provvedimento sull’immigrazione.

Donal Trump vieta per tre mesi l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana (Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen). La Silicon Valley si schiera contro il bando del nuovo presidente. E le multinazionali americane si ribellano. Con provvedimenti a favore di immigrati e rifugiati, e in difesa dei dipendenti che temono di perdere il lavoro.

Starbucks assume

Howard Schultz, Ceo della catena di caffetterie Starbucks, ha annunciato che assumerà 10mila rifugiati in tutto il mondo nei prossimi cinque anni. In una lettera ai dipendenti, ha scritto: «Inizieremo qui negli Stati Uniti, concentrandoci sulle persone che hanno servito le truppe Usa come interpreti e personale di supporto nei diversi paesi dove il nostro esercito ha chiesto sostegno».

Airbnb offre alloggi gratuiti

La società degli affitti brevi Airbnb apre le porte delle sue case alle persone dirette in America che sono state bloccate in aeroporto. «Airbnb sta fornendo alloggio gratuito ai rifugiati e a chiunque non sia ammesso negli Stati Uniti», ha scritto in un tweet l’amministratore Brian Chesky, che ha origini russe.

Google crea un fondo

Google ha creato un fondo da 4 milioni di dollari per le persone colpite dal divieto. Il denaro è destinato a quattro organizzazioni umanitarie che si occupano di gestire la crisi. Secondo il quotidiano Usa Today, che ha riportato la notizia, quello di Google è il fondo per emergenze umanitarie più grande creato da un privato. Come Schultz e Chesky, anche il nuovo Ceo di Google, Sundar Pichai, ha origini straniere. È nato in India ed è arrivato negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio.

La Silicon Valley contro Trump

L’ad di Apple Tim Cook ha dichiarato che farà tutto il possibile per sostenere i lavoratori che vengono da oltreoceano. «Apple crede profondamente nell’importanza dell’immigrazione, per la nostra azienda e per il futuro del Paese», ha sottolineato in una nota, «Apple non sarebbe esistita senza immigrati che hanno portato innovazione e crescita». Lo stesso Steve Jobs aveva padre siriano.

Ricordando le sue origini europee, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha commentato in un post: «Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati, dobbiamo essere orgogliosi per questo».

Le critiche sono arrivate anche dai numeri uno di altre grandi compagnie, come Twitter, Netflix e Linkedin.

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1 COMMENTO

  1. Ovvio che a loro del benessere della classe media americana non gliene frega un’emerita mazza, gli interessa solo che il loro business sia più globale possibile per fare ancora più soldi e nello stesso tempo potere pagare meno tasse possibili nei migliori paradisi fiscali in giro per il mondo e quanto più il business diventa globale tanto più possono farlo, insomma, dalla globalizzazione hanno solo da guadagnare a livello personale e niente da pedere!!

    Ok fare soldi, ma un minimo di orgoglio nazionale e quindi interesse per il benessere dei propri connazionali bisognerebbe averlo, è un Must a certi livelli se si vuole essere considerati dei veri leader, altrimenti si è solo un capitalista che al posto del cuore ha solo: $$$££££EuriEuriEuri!!!!!

    My 2 Cents!

    Saluti.

    Fabrice

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