Il sogno del filosofo in cerca di un posto autentico

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Daniele Kihlgren

Fine anni ‘90, Santo Stefano di Sessanio (Aq). Una città-fortezza medievale, nel centro dell’Abruzzo, in una zona che chiamano “il piccolo Tibet” per i panorami mozzafiato, folgora un giovane imprenditore in cerca di bellezza. Nasce un progetto di recupero e di ospitalità, il primo albergo diffuso abruzzese. Una storia che sembra un romanzo. Daniele Kihlgren la racconta ne I tormenti del giovane Kihlgren (Baldini+Castoldi). Vita, ironia e riflessioni di un imprenditore italiano, figlio di padre svedese, oggi 56enne.

 

Come è nata l’idea? «Giravo molto, con la mia moto. Avevo una laurea in Filosofia ed ero troppo nevrotico per insegnare. Vedevo la bellezza dei paesi del Sud, incastellati, abbandonati. A Santo Stefano tutto si era fermato nel passato. Sentivo che poteva avere un’altra vita. Andai dal mio commercialista e gli spiegai le potenzialità di questo borgo, paradossalmente salvato dall’abbandono e dai drammatici destini di emigrazione che hanno dissanguato il Sud. Immaginavo una possibile ridestinazione: un albergo diffuso».

«Ho iniziato quasi con un approccio truffaldino: nelle case recuperate con il massimo rispetto non si potevano applicare le norme per gli alberghi. Siamo partiti acquistando e ristrutturando le abitazioni degli emigranti andati in Canada e mai tornati. Siamo riusciti a dare dignità e valore a un luogo marginale» racconta Daniele.

Il suo albergo diffuso Sextantio (29 camere e 55 posti letto, si estende per 13 vie e piazze, indenne al sisma del 2009) ha fatto scuola, oltre che rigenerare il borgo di Santo Stefano di Sessanio, le Grotte della Civita a Matera (19 grotte, più un altro lotto in apertura) e un villaggio in Ruanda. Daniele non è solo.

Chi sono i soci? «Ho un socio per i 4 borghi, Roberto Daccò, amico di infanzia, che ha il 20% della società. A Santo Stefano di Sessanio, Nunzia Taraschi, che ha iniziato a lavorare con noi come antropologa con il Museo delle Genti d’Abruzzo, ora è direttrice d’albergo. Ha il 10%, per meriti guadagnati sul campo. A Matera, Umberto Paolucci (ex Microsoft) ha il 20%».

Il bilancio agli inizi? «All’inizio, mi sono molto indebitato con le banche. Ma quello che facevo è piaciuto ai giornalisti, ne hanno parlato. I numeri del commerciale erano ottimi, la gente veniva e spendeva tanto. Ma restava il problema del bilancio. I costi erano altissimi. Ho rischiato il fallimento. Poi è entrato un finanziatore, il gruppo industriale Bluserena, la famiglia Maresca. E siamo andati avanti. Ora vorremmo coinvolgere anche un investitore istituzionale».

Perché le istituzioni dovrebbero partecipare? «Il nostro è un progetto di recupero di un patrimonio, che ha alla base uno studio storico e di economia sociale, di sviluppo di un turismo rispettoso. La nostra sola attività di accoglienza a Santo Stefano di Sessanio ne ha generate altre 23. Cui si aggiungono botteghe, artigiani, ristoranti. Quello dell’albergo diffuso è forse l’unico modello di economia sociale che funziona veramente».

Creare alberghi diffusi è possibile? «Sì, ci sono almeno 2.000 borghi abbandonati, 500 bellissimi. I numeri li abbiamo. La vera sfida è mantenere integra la loro identità paesaggistica e culturale. A volte, bisogna anche discutere con i Comuni, poco propensi alla tutela e alla conservazione».

Cosa stai facendo in Africa? «Ci vado da tanti anni. Stiamo costituendo un’ong, finanziata dai soci di Sextantio, per gestire un albergo diffuso, con capanne ricostruite filologicamente, grazie al museo etnografico di Butare. Il turismo locale c’è, la classe media si muove dalla capitale. Il lago e l’isola di Nkombo sono posti bellissimi, si possono fare escursioni nella foresta di Nyungwe, safari nella savana, visite ai gorilla di montagna sui monti Virunga e altre esperienze legate alla storia travagliata del Paese. L’albergo sta per aprire. Sono in partenza per portare là tessuti e posate trovati nei mercati, sistemare il bagno… Insomma, organizzare tutto».

Articolo pubblicato su Millionaire maggio 2022.

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