Impara dai leader: la storia di Giorgio Armani

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giorgio armani

È lo stilista più pagato del mondo e il sesto uomo più ricco d’Italia. Ha 82 anni, origini umili e un carattere forte. Capace di andare controcorrente.

«Ho sacrificato la mia vita per il lavoro, quando ero giovane e ancora oggi lo faccio». Giorgio Armani è lo stilista più pagato al mondo, con un patrimonio netto di 5,5 miliardi di euro. «Spesso mi dico: perché mai io che sono nato a Piacenza dovrei finire nel jet set a Monte Carlo? A Piacenza ho lasciato i miei amici». Armani ha descritto la sua come una “famiglia modesta con tre figli”, di cui ricorda le vacanze con la madre a Rimini.

La sua storia? Sembra un film. Lasciati gli studi di Medicina per svolgere il servizio militare, al ritorno si rende conto di non avere idee, di “essere in ritardo e di non avere un mestiere”. Da lì la decisione di presentarsi come fotografo ai magazzini de La Rinascente, presentando immagini scattate alla sorella Rosanna. Era il 1957. Il suo coraggio deve aver fatto centro: Armani inizia la gavetta tra i buyer di abbigliamento maschile.

Per partire? Sono bastati 10 milioni di lire

Risale al 1965 il passaggio alla Hitman, azienda dello stilista Nino Cerruti, che gli chiede di disegnare un nuovo tipo di giacca, più comoda e raffinata. Cinque anni più tardi, il suo talento già gli consente di lavorare come freelance per altre aziende e di occuparsi di moda femminile, sfilando con il suo nome anche a Palazzo Pitti a Firenze. Un exploit che lo stilista ancora oggi riconduce all’incontro con Sergio Galeotti, suo futuro manager, nel 1966. Galeotti crede in lui e si dimostra pronto a condividere una scommessa imprenditoriale.

La Giorgio Armani S.p.A. nasce nel 1975 e secondo alcuni viene finanziata con la vendita della Volkswagen usata dello stilista: il capitale sociale è di 10 milioni di lire. «Tutti facevamo un po’ tutto: l’amministratore chiudeva le scatole di cartone che contenevano i vestiti da spedire, l’aiutante del disegnatore faceva le fotocopie, la segretaria riceveva le richieste. Nel 1976 i ricavi ammontarono a 569 milioni di lire, pochi ma ci sembravano molti, eravamo partiti da zero l’anno prima» ha scritto lui in Giorgio Armani (Rizzoli, 130 euro).

Anni di sacrifici e fatica «Non avevo più tempo per me»

Gli inizi non sono indolori. «Sono stati anni di sacrifici e fatica. Non avevo più tempo per me. Spesso mi ritrovavo a piangere disperato alle 11 di sera, in fabbrica, dove ero rimasto solo tra migliaia di metri di stoffa. Andavo su e giù da Milano a Biella con la mia macchinetta di quinta mano nella nebbia e nella neve». Ma l’affermazione non tarda ad arrivare: «Correva l’anno 1979 e fui insignito a New York del Neiman Marcus Award. Negli stessi giorni Saks Fifth Avenue organizzò un trunk show della mia collezione. Ebbene, quella che doveva essere una piccola sfilata riservata a un ristretto gruppo di clienti affezionati si trasformò in un evento ripetuto per più giorni. Fu l’inizio del mio successo», ha raccontato Armani.

«Controcorrente, io scelsi la strada del togliere anziché aggiungere» ha dichiarato Armani, noto per i modelli sobri, quasi rigorosi. «In molti si ritengono autorizzati a mettermi in una scatola, a causa del mio stile preciso, e da lì a non farmi più uscire. Da questi sono ritenuto lo stilista della donna dei colori spenti e polverosi, ignorando quanto vario sia stato il mio operato e la diversità delle mie collezioni. C’è chi pensa che non ci sia spazio per un Armani scintillante, esotico, onirico, eccentrico. Invece quell’Armani esiste e ha un suo pubblico».

«Ho fiuto e mi impongo, a volte sono un “duce”»

Talento creativo, competenza imprenditoriale, un impegno totale e continuo: eccoli i tre segreti del suo successo che ancora oggi non vede battute d’arresto. A questi si aggiunge un’organizzazione ferrea: «Il mio lavoro è tipo Ibm. Tutto programmato. Le aziende che lavorano per me hanno precise scadenze che io devo rispettare».

Qualcuno ha poi criticato un atteggiamento un po’ accentratore e l’osservazione non è mai stata minimizzata dall’interessato: «Mi accusano, giustamente, di “ducismo”, cioè di voler comandare in modo assoluto, senza ascoltare chi mi sta vicino. È vero, mi impongo troppo, spesso esagero, ma lo faccio perché in fondo non mi sento sicuro e non voglio darlo a vedere. Se sbaglio, pago io».

Una determinazione di cui ha dato piena prova dopo il 1985, anno che segna la morte di Galeotti e la presa di controllo sull’azienda: «Fu durissimo. Nessuno credeva che ce l’avrei fatta, a parte la mia famiglia. Molti prevedevano il mio crollo psicologico» ha rimarcato lui. Che però stupisce tutti riuscendo quasi a triplicare il fatturato nei sei anni successivi. Fortuna? No: il maggiore ingrediente della “formula Armani” è infatti il fiuto imprenditoriale, abbinato al coraggio delle proprie scelte: «Quando nel 1981 ho aperto a Milano il primo Emporio Armani, riempiendolo di abbigliamento casual dai prezzi contenuti, in denim, furono in molti a criticarmi. Lo si riteneva un danno di immagine. Ma i miei jeans con l’aquilotto divennero un simbolo di appartenenza. Il prezzo era adeguato e così la mania dell’Emporio prese subito piede».

Il murale in centro a Milano (fuori da tutti gli schemi)

Altre mosse vincenti: la diversificazione (cosmetici, occhiali e alberghi), la collaborazione con il cinema (tra gli ultimi divi vestiti si contano Leonardo Di Caprio in The Wolf of Wall Street e Tom Cruise di Mission Impossible: Protocollo fantasma) e la comunicazione. «La mia comunicazione è stata fatta anche di scelte audaci. Come il murale in centro a Milano. Una sola immagine, gigantesca, che parla a tutti. È lì dal 1984. Alcuni poster – come il David Beckham in mutande bianche – hanno fatto scandalo, altre hanno condensato, meglio di mille parole, lo spirito di un’epoca».

 

Da un estratto dell’articolo “Re Giorgio” di Riccardo Ricci, pubblicato su Millionaire di maggio 2016.

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