Marchionne, vita e miracoli del manager che cambiò la Fiat

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Foto Fca - Sergio Marchionne takes questions from the audience during the Automotive News World Congress in Detroit, Jan., 11, 2012.

«A un anno dalla scomparsa di Sergio Marchionne, l’esempio che ci ha lasciato è vivo e forte in ognuno di noi ha scritto ieri in una lettera il presidente di Fca John Elkann, ricordando il manager scomparso il 25 luglio 2018. «Gli saremo sempre grati per averci mostrato, con l’esempio, che l’unica cosa che conta davvero è non accontentarsi mai della mediocrità, essere sempre ambiziosi nel cambiare le cose in meglio, lavorando per la collettività e per il nostro futuro, mai per sé».

Storia dell’uomo che ha salvato la Fiat

«Esiste un mondo in cui le persone non lasciano che le cose accadano. Le fanno accadere. Non dimenticano i propri sogni nel cassetto, li tengono stretti in pugno. Si gettano nella mischia, assaporano il rischio, lasciano la propria impronta». Sergio Marchionne era uno di questi.

Nato a Chieti, in Abruzzo, classe 1952, emigrato in Canada con la famiglia quando aveva 14 anni. Prima di essere l’uomo che ha salvato la Fiat (per 14 anni alla guida del gruppo) è stato commercialista, avvocato, consulente e revisore. L’uomo dalle tre lauree: Filosofia, Giurisprudenza, Economia. «Ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi» ha raccontato agli studenti dell’Alma Graduate School di Bologna, nel 2011. Una vita segnata da voglia di affermazione, studio come strumento per farcela, scelte coraggiose negli affari. E soprattutto dal lavoro. Il suo ufficio era spesso un aereo. In partenza per Stati Uniti, Italia, Brasile, Svizzera. Ogni giorno sveglia alle 3.30. In 10 anni, solo una vacanza. Tra i suoi tratti distintivi, l’iconico maglione a girocollo indossato in ogni occasione. Tanto da risultare simbolica la scelta della cravatta in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, il 1° giugno 2018, a Balocco, per annunciare l’azzeramento del debito di Fca.

Le notti sui libri in Canada

Nel 1966 i genitori di Sergio, Maria Zuccon e Concezio Marchionne, maresciallo dei carabinieri, decidono di trasferirsi a Toronto per dare maggiori opportunità ai figli. Oltre a Sergio, c’è Luciana, che morirà per un tumore nel 1980. «A Toronto, chi ha visto crescere il giovane Marchionne cita tre elementi: i carabinieri, la famiglia, lo studio» racconta Paolo Bricco nel libro Marchionne, lo straniero (Rizzoli). Frequenta la Saint Michael’s College School. Trascorre le notti sui libri. «”D’estate Sergio faceva il cassiere part-time alla Union Credit, in centro città” spiega Consiglio Di Nino, ex azionista della banca (…): “Era rispettoso ma tutt’altro che servile, anzi, aveva una intelligenza molto critica e il desiderio di svolgere compiti che in realtà noi in banca non potevamo affidare a un 16enne”». Abbandonata l’intenzione di indossare la divisa, il giovane Sergio studia Filosofia all’università di Toronto. Si laurea in Legge alla Osgoode Hall Law School della York University e ottiene un Mba alla University of Windsor. Manterrà sempre il culto per i carabinieri e la legalità, tanto da essere segretario dell’Associazione dei carabinieri a Woodbridge, dal 1985 al 1992.

Uomo-business allo stato puro

Marchionne inizia la carriera da manager in Svizzera: è qui che risana conti e salva bilanci. Dopo la morte di Umberto Agnelli, viene nominato amministratore delegato del gruppo Fiat. È il 1° giugno 2004. Praticamente è uno sconosciuto. Alla Fiat, sui giornali, molti si chiedono: Marchionne chi? È scelto per le sue capacità manageriali. Scrive Paolo Bricco: «Sergio Marchionne, nel 2004, è tante cose. (…) Dieci anni prima, nel 1994, è arrivato in Svizzera alla Alusuisse-Lonza Holding (società specializzata in alluminio, packaging e chimica) per poi occuparsi di Lonza Group, lo spin-off del ramo chimico e biotecnologico. Dal 2002 è passato alla società di certificazioni Sgs, Société Générale de Surveillance. Marchionne è business allo stato puro». Agnelli lo conosce per via dei rapporti tra Sgs e Fiat, e lo apprezza, tanto da inserirlo nel Cda del gruppo nel 2003. In questi anni la Fiat non versa in buone condizioni. Il bilancio del 2003 è pessimo. I debiti finanziari ammontano a 22 miliardi.

Marchionne arriva alla Fiat come uno straniero: è cresciuto in Canada, non ha esperienze nel settore auto (a parte la passione giovanile per le riparazioni). È però un “uomo dei conti”. Ribalta le gerarchie, sostituisce le prime linee manageriali, chiama ogni dirigente a svolgere più funzioni. Nei primi quattro anni si occupa di taglio dei costi e gestione. Ha uno stile diretto e informale. Parla con tutti, in quella fase anche il dialogo con i sindacati è buono. Porta «una cultura manageriale fondata sulla velocità nelle decisioni, sulla cooptazione di chi riesce a stare al ritmo e sull’allontanamento di chi, invece, non regge» scrive Bricco. Nel 2005 rinegozia l’accordo con General Motors (facendo incassare al gruppo 1,55 miliardi di dollari) e il debito con le banche. La sua strategia funziona. Dal 2004, il fatturato del gruppo passa da 45,6 miliardi di euro a 59,6 (2008). Anche il numero dei dipendenti cresce e il patrimonio netto supera 10 miliardi di euro.

L’acquisizione di Chrysler e la nascita di Fca 

La crisi economico-finanziaria travolge l’industria dell’auto negli Stati Uniti. Le Big Three, Ford, Chrysler e General Motors, annaspano. Nel 2009 la Casa Bianca interviene, stanzia soldi pubblici. Per salvare la Chrysler fallita serve un partner industriale. Marchionne trasforma quella crisi in un’opportunità. Si dimostra un abile negoziatore. Conquista la fiducia del presidente Obama, che il 30 aprile annuncia l’accordo. Ottiene subito il 20% di Chrysler. In un paio di anni aumenta la partecipazione, arrivando a detenere la maggioranza. Nel primo trimestre del 2011 Chrysler torna all’utile. Il 1° gennaio 2014 la Fiat completa l’acquisizione, comprando il rimanente 41,5% dal Veba Trust (il fondo del sindacato UAW) per 3,65 miliardi di dollari. Il 12 ottobre nasce Fca (Fiat Chrysler Automobiles), il settimo gruppo automobilistico al mondo (nel 2014), con sede legale nei Paesi Bassi e fiscale in Inghilterra. Il giorno dopo viene quotata a New York e Milano.

«L’acquisizione di Chrysler è una vera e propria rifondazione. Lo si vede bene nelle dimensioni» scrive Bricco. «Nel 2010 Fiat fatturava 35,9 miliardi di euro e aveva 135mila addetti. Tre anni dopo fattura 86,6 miliardi di euro e ha 220mila addetti». Ma per un’enorme scommessa vinta, ce ne sono altre per cui le doti di negoziatore non bastano. Nella visione del manager, per sopravvivere alla crisi e alla concorrenza asiatica, le case automobilistiche dovrebbero fondersi, risparmiando sugli investimenti comuni. Nel 2009 il tentativo di acquisizione di Opel (il marchio tedesco di General Motors) si conclude con un nulla di fatto. La storia si ripeterà nel 2015, con la mancata fusione tra Fca e General Motors.

Il rapporto con l’Italia, le fabbriche e i sindacati 

Intanto Marchionne lavora all’interno. Riqualifica le fabbriche, investe per modernizzare gli impianti. Riduce la distanza tra operai e impiegati e introduce la figura del team leader nelle squadre di operai. Dà a ogni stabilimento un ruolo: a Melfi la Renegade, la prima Jeep prodotta fuori dagli Stati Uniti, a Pomigliano d’Arco la Panda, a Mirafiori il suv della Maserati, a Cassino la Giulia e la Stelvio di Alfa Romeo. Nel 2010 presenta Fabbrica Italia, il piano 2010-2014 che riguarda gli stabilimenti di Mirafiori, Cassino, Melfi, Pomigliano d’Arco e Atessa. L’obiettivo è aumentare la produzione. Termini Imerese invece sarà dismessa.

Dopo il risanamento dei conti, è il momento degli investimenti, ma anche dei nuovi contratti di lavoro. Sono mesi di tensione, accordi con i sindacati, i referendum nelle fabbriche e la rottura con Fiom-Cgil e Confindustria. Arrivano critiche da più parti: politici, stampa, sindacato. Accusano Marchionne di violare i diritti costituzionali. In un convegno a Firenze, lui risponde: «Noi investiamo 20 miliardi di euro e prendiamo gli schiaffi. Il Paese ha perso il senso istituzionale». Va avanti per la sua strada, senza cedimenti, nonostante gli scontri e gli strascichi giudiziari. Il tono cambia dopo la firma del contratto unico. I piani di investimento si scontrano però con la realtà. In Italia, Fiat perde soldi e aumenta i debiti. Fabbrica Italia resta incompiuto. La strategia di Marchionne per il Paese è puntare su Ferrari, Alfa Romeo e Maserati. Anche il piano industriale 2014-2018 sarà rivisto rispetto agli obiettivi iniziali. Nella sua totalità il gruppo cresce. Il fatturato sale a 111 miliardi, nel 2017. L’Italia pesa per l’8%. Pesa poco per Fca, ma Fca è importante per l’Italia. «Attiva il 2,43% del Pil italiano».

La passione per la Ferrari

Nell’era Marchionne anche la Ferrari cresce. Il manager sceglie una strada separata per il Cavallino rampante, con lo scorporo da Fca nel 2015. Porta la società in borsa, prima a New York e poi a Milano. I conti sono positivi: il 2017 si chiude con 8.398 auto vendute, utile in aumento del 26,4% e ricavi netti a 3,4 miliardi. Oltre ai numeri, per Marchionne c’è la passione per la Formula 1. Così, nel suo futuro, Marchionne vede ancora Maranello. Aveva scelto di restare alla guida della Ferrari anche dopo l’uscita da Fca, prevista per la primavera del 2019. La storia invece si chiude, inaspettatamente, il 25 luglio 2018, in un ospedale di Zurigo. La sua morte ha colpito profondamente tutta l’Italia.

Tratto dall’articolo pubblicato su Millionaire di ottobre 2018. Per acquistare l’arretrato scrivi a abbonamenti@ieoinf.it

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