Come trasformo la maternità in un master. E conquisto le multinazionali

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«Ho lavorato per 15 anni in grandi aziende, in Italia e all’estero. E ho seguito diversi corsi sulle soft skills. In uno degli ultimi, insegnavano la gestione della crisi con un flight simulator. Quando sono tornata a casa, mi sono accorta che occuparmi di mia figlia, che allora aveva un anno, era molto più efficace». Così Riccarda Zezza, co-founder della startup Life Based Value, nel 2012 ha avuto l’idea di ribaltare la prospettiva sulla maternità, trasformandola in un’occasione di apprendimento delle competenze trasversali che servono al lavoro. Prima ha creato Piano C, il primo coworking pensato per le donne. Poi ha elaborato un nuovo metodo di trasferimento delle competenze: problem solving, gestione del tempo, capacità di comunicazione si apprendono dalla vita reale. Maam, Maternity as a Master è un programma di formazione digitale che le aziende possono offrire ai propri dipendenti, mamme e papà.

Come hai iniziato?

«Dopo un anno di ricerche, focus group e interviste su maternità e lavoro, io e Andrea Vitullo (co-founder) abbiamo elaborato il metodo. Inizialmente, nel 2013, abbiamo organizzato corsi in aula per le aziende. Tra le prime, Ikea, Luxottica e Nestlè. Poi siamo passati al digitale, a ottobre 2015. Il web offre diversi vantaggi. Il servizio è più capillare, continuativo e adatto anche alle donne in congedo di maternità».

Come funziona?

«L’azienda acquista Maam attraverso un’iscrizione annuale per i dipendenti in target: donne che aspettano un bambino, padri e madri con figli da 0 a 3 anni. Il costo varia in base alle dimensioni dell’azienda. La partecipazione è volontaria. Il programma è accessibile su computer, smartphone e tablet, dura sei mesi ed è focalizzato su 12 competenze».

Qual è stato il riscontro?

«40 aziende iscritte e 4000 partecipanti, di cui 3000 sono donne. Età media 37-38 anni. L’80% delle aziende rinnova l’iscrizione dopo il primo anno. Il 90% dei lavoratori consiglierebbe Maam e l’85% dichiara di sentirsi più motivato e più forte sul lavoro dopo il corso».

Finora come vi siete finanziati?

«Oltre a un prestito bancario di 100mila euro, siamo partiti con i primi clienti, Poste
Italiane, poi Unicredit e Eni. A marzo abbiamo raccolto 450mila euro con una campagna di crowdfunding su MamaCrowd e 200mila da business angel. Il 5 novembre presenteremo la nostra startup a investitori internazionali, durante l’evento di iStarter a Londra».

Puntate all’estero?

«La maggior parte delle aziende iscritte sono multinazionali. Il programma è già disponibile in inglese. E può essere compreso facilmente all’estero. Quindi guardiamo agli investitori stranieri, ma cerchiamo anche investitori “impact”, orientati al sociale e al learning development».

Come siete arrivati alle multinazionali?

«Non abbiamo investito molto in comunicazione. Hanno avuto un ruolo più importante la reputazione e il passaparola. Quello che attira le aziende è la scientificità del metodo, la ricerca condotta insieme a università, il fatto di essere concreti, costanti e coerenti».

Consigli?

«C’è tanto spazio per l’innovazione. Ci sono aree dove le cose si fanno ancora come si facevano 10 anni fa. Se hai uno sguardo divergente, puoi davvero innovare, creare soluzioni nuove e più efficaci. Che poi è l’aspetto più interessante del fare impresa. Al tempo stesso, innovare ha un costo. Si tende a pensare che un’idea innovativa basti a se stessa proprio per la sua natura. Non è così. Devi essere ancora più bravo a spiegare la tua idea e a farla comprendere a tutti».

Info: https://maam.life/

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