L’uomo che coltiva il deserto

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La vita di uno scienziato vista da vicino. Aaron Fait, italo-israeliano 37 anni, ha abbandonato l’Europa per il deserto del Negev. Qui trasforma le terre aride in orti, vigneti e serre. «Il deserto ti fa vibrare e ti calma al tempo stesso»

È nel deserto il futuro dell’umanità? Sì, se consideriamo che le zone aride costituiscono oggi più del 40% del totale delle terre emerse del Pianeta. Soltanto studiandole si può tentare di seguire un percorso a ritroso, che porti a riconquistare terre prima verdi e produttive. C’è chi a questa sfida sta dedicando la sua vita: è uno scienziato italo-israeliano di 37 anni, si chiama Aaron Fait, e un anno fa ha abbandonato un incarico prestigioso in un istituto di ricerche di Berlino per trasferirsi con moglie e tre figli nel deserto del Negev, in Israele, dove ha sede l’Istituto Blaustein. «Sono venuto qui, inseguendo il sogno di migliorare le coltivazioni esistenti in un mondo che ha sempre meno acqua, meno terra da arare e più gente da sfamare».

Esattamente, che lavoro fa nel deserto?

«Studio il metabolismo dei semi dei cereali (grano e orzo) e del pomodoro. Sono un convinto sostenitore degli Ogm. Cerco di creare semi con maggiore contenuto proteico o frutti con un più elevato contenuto di antiossidanti: tutti elementi importanti per la salute umana. O di rendere alcune piante, come la vite, più resistenti alla carenza di acqua, uno dei grandi problemi del nostro tempo».

Ho letto che nel deserto del Negev coltivate le alghe che colorano i salmoni di rosa?

«Nel deserto ci sono alghe che, se sottoposte a luce intensa o a scarsità di azoto, producono un pigmento rosso, l’astaxantina. Vengono coltivate all’aperto, in serre o all’interno di tubature trasparenti. Il pigmento, quando raggiunge la densità giusta, viene estratto e venduto ai coltivatori di salmoni di tutto il mondo, che lo inseriscono nei mangimi al fine di “colorare” le carni del pesce. Oltre ad accumulare il pigmento, queste alghe accumulano anche lipidi. La produzione di biocombustibili è però per il momento in scala ridotta».

Poteri del deserto?

«Il deserto è il nostro futuro, perché ci permette di vivere scenari prossimi. Una desertificazione galoppante porterà cambiamenti nel cuore dell’Europa, e il deserto rappresenta l’unica strada da seguire. Tra tecnologia, scienza, responsabilità sociale e politica, tutti possiamo fare qualcosa per vivere questa nuova era. Tra 50 anni le coltivazioni della vite dovranno essere cambiate con altre resistenti alla siccità».

Che cosa significa il deserto per lei?

«Mi comunica un’immensa vibrazione vitale e, allo stesso tempo, una grande calma spirituale. Quando sono in mezzo alla “vita moderna”, sento il desiderio di tornare qui, a casa».

Dall’Italia a Israele: perché?

«Sono nato a Bolzano. Mio padre non lo vedo da quando avevo tre anni. Vengo da tre generazioni di madri ebree, che hanno sempre cercato di mantenere vive le nostre origini. Così quando si è trattato di scegliere l’università non ho avuto dubbi: ho scelto Tel Aviv, dove mi sono laureato in Biologia, ho conseguito il Master e poi il dottorato in Biochimica delle piante al prestigioso Istituto Weizmann. Poi mi sono trasferito a Berlino, dove avevo ottenuto un post dottorato all’istituto Max Planck, uno dei posti più ambiti per la ricerca sul metabolismo delle piante».

Ma poi ha mollato tutto per seguire il secondo richiamo della Terra promessa …

«Ho sempre pensato che il mio futuro non fosse in Europa ma in Israele. È un paese pazzo, simpatico, sfacciato, informale. Ma è anche una terra professionale e tecnologica. Pronta a darmi quello che occorre per mettere a frutto le mie conoscenze: laboratori, macchinari, e i fondi necessari a sostenere le mie idee».

Come ha fatto a entrare in un istituto di ricerche come il Blaustein?

«Durante il penultimo anno, ho cominciato a mandare i risultati dei miei studi a varie università e istituti di ricerche, con i quali mi accordavo per tenere delle conferenze. In quelle occasioni gli scienziati mi interrogavano sulla mia visione scientifica e sul perché avrebbero dovuto darmi dei fondi. Così mentre svolgevo l’ultimo anno di post dottorato, una commissione ha valutato che la mia visione si integrava con quella dell’istituto».

La sua famiglia l’ha seguita in questa avventura?

«Siamo arrivati nel deserto del Negev dopo tre anni di vita a Berlino: la prima cosa di cui ci siamo resi conto è che a volte è più facile trovarsi in un deserto che in mezzo a sei milioni di abitanti che vivono fianco a fianco ma che in realtà si ignorano. Il kibbutz Sede Boker è composto da circa 400 famiglie. È una comunità aperta e molto vivace. Durante l’anno si organizzano tantissimi corsi, dallo yoga agli stage di teatro, dalle escursioni in bicicletta sulla via delle spezie fino alla pittura e alla ceramica. Qui c’è tutto quello che ci occorre».

Le ricerche dell’Istituto Blaustein generano un giro d’affari nelle relative produzioni (coloranti, biocarburanti ecc)?

«Più di una ricerca effettuata dall’istituto è diventata un brevetto o un input per l’industria, come l’astaxantina, che è stata un grande successo commerciale. E buona parte dei finanziamenti alle ricerche sui biofuel e i metodi di gestione delle risorse idriche proviene dal settore privato: ciò permette di avere sempre dei fondi a disposizione senza sacrificare la libertà di ricerca scientifica. Sono un fautore del coinvolgimento dei privati nella ricerca scientifica. Lo Stato non potrà mai sostenere tutto il settore scientifico».

Il suo è uno stipendio da sogno?

«Nessuno scienziato ha uno stipendio da sogno. E, purtroppo, questa è anche la sua benedizione: per fare seriamente il proprio lavoro, lo scienziato deve avere la ricerca nel sangue. Allo stesso tempo, per poter lavorare bene, deve anche poter vivere senza preoccuparsi di andare a fare il cameriere la sera».

La sua storia può essere presa come modello da altri giovani?

«Non credo, perché quello che per alcuni è un il sogno per altri può essere un incubo. Ma ogni esperienza può essere una lezione di vita. L’importante è mantenere una visione disincantata della vita e del mondo. Quello che cerco di trasmettere ai giovani delle scuole o dei primi anni di università è di pensare in modo critico e non lasciarsi convincere da facili nozioni, ideologie o assolutismi».

la lezione di Fait

ecco i requisiti necessari per vivere da scienziati

› Mettersi in gioco.

› Non aver paura del cambiamento: cambiare fa bene.

› Non rimanere fermi “perché è comodo, perché

mamma è vicina, perché non ho studiato bene l’inglese”.

› Impegno, costanza e uno stomaco forte per

incassare errori, paure e pressione.

Tiziana Tripepi, Millionaire 10/2010

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