«C’è un campione in ognuno di noi che aspetta di essere svegliato»

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Alex Bellini
Alex Bellini

Negli ultimi 15 anni, ha attraversato due oceani, remando da solo per oltre 33mila km. Ha percorso rotte polari per un totale di 2.000 km. Ha camminato su vari terreni per oltre 10mila km, corso nel deserto e attraversato ghiacciai.

È rimasto 227 giorni nell’Oceano Atlantico e 294 nel Pacifico. Ha combattuto fame, caldo, freddo e ogni genere di imprevisti. Si è messo alla prova di continuo e alla fine di tutto ha le idee chiare: «Il viaggio più importante l’ho fatto dentro me stesso». Superman? Tutt’altro. Alex Bellini, 40 anni, originario di Aprica (So), montanaro ma poco portato per lo sci. Inizi difficili, per lui. Che lo hanno condotto lontano dai suoi monti: prima in grandi imprese in giro per il mondo. E ora in Inghilterra. «Esploro ambienti ostili e inospitali, in prevalenza in solitaria, con mezzi a trazione umana come la slitta, la barca a remi o gli sci. L’esito delle mie imprese è sempre incerto. Qualcuno potrebbe dire che la mia è una scelta estrema e pericolosa. Io rispondo che non lo è più di una vita vissuta nell’ignoranza delle nostre potenzialità».

Campioni si nasce o si diventa?

«Sono figlio di un’epoca in cui si dava molto peso al talento. E ci si concentrava poi sull’ottimizzare gli allenamenti e i materiali, senza dare peso alle emozioni. Io ero un tipo emotivo e questo da ragazzo mi ha limitato. Ero uno sciatore discreto, ma in gara avevo sempre risultati deludenti. Sciando, non riuscivo a godermi quello che facevo. Non mi sentivo apprezzato né riconosciuto e questo innescava un circolo vizioso. Succede di continuo: l’allenatore (ma anche l’insegnante) non dà fiducia agli elementi meno brillanti, demotivandoli sempre di più. Spesso sono le aspettative che ci fregano: le nostre e quelle degli altri nei nostri confronti. Al contrario: in ognuno di noi si nasconde un campione che aspetta solo di essere svegliato».

Come risvegliare il campione che c’è in noi?

«Partendo da una consapevolezza: tutti abbiamo dentro le risorse per superare i nostri limiti. Però, quando ci confrontiamo con qualcosa di nuovo o di sfidante, la prima reazione è l’evitamento: per paura o senso di inadeguatezza, ci tiriamo indietro. E invece dobbiamo provarci. Metterci in gioco. Capire ogni volta come migliorarci. Viviamo in un ambiente sempre più incerto e complesso: questo ci impone di accrescere le nostre competenze mentali e motivazionali».

In pratica?

«Dobbiamo trovare un allineamento fra le nostre competenze e l’impegno richiesto. Se le sfide che affrontiamo sono troppo impegnative, ci scoraggiamo. Se sono troppo facili, ci annoiamo. Quando invece competenze e impegno si bilanciano, ci troviamo in quello che uno psicologo ungherese ha definito “stato di flusso”. Per arrivarci servono obiettivi chiari, attenzione al massimo, grande preparazione alle spalle. Fondamentale, poi, vivere la dimensione del piacere del fare più che quella delle eventuali ricompense».

E se poi falliamo?

«Dal fallimento si impara. Purtroppo, facciamo ancora fatica ad accettarlo. Per molti è una condanna, una sfiga, qualcosa da evitare, difficile da accettare. Possiamo dare il meglio e fare il massimo, ma ci sarà sempre qualcosa fuori dal nostro controllo in grado di determinare il risultato della nostra impresa. La lezione: fare il massimo di quello che possiamo fare, su cui abbiamo il controllo. E accettare che ci sia qualcosa, anche di determinante, che non possiamo controllare».

Raccontaci di quando hai mollato, a un passo dalla meta.

«Era il 12 dicembre 2008, ero in mare da quasi 300 giorni, avevo percorso circa 18mila km e me ne mancavano poco più di 100 per toccare terra e completare la traversata dell’Oceano Pacifico. Avevo vissuto e superato momenti durissimi ed ero quasi arrivato. Ma d’improvviso le condizioni meteo erano diventate proibitive. Non era in pericolo solo la mia impresa, ma la mia stessa vita. Così ho chiesto aiuto. Non bisogna mai lasciare che sia il momento a decidere per noi. Dobbiamo sempre restare al timone della nostra barca. È stata la mia scelta più difficile, ma anche il mio più grande successo. Dopo, è stato fondamentale dare un senso a quello che era successo, per uscirne più forte di prima. L’obiettivo non deve essere vincere, ma migliorarsi».

Quanto conta avere accanto qualcuno che ci motiva?

«È fondamentale. Nessun uomo è un’isola. L’anno scorso ho partecipato alla gara dei 6 giorni: un tragitto di 1 km da percorrere il maggior numero di volte possibile per 144 ore. Alla fi ne del primo giorno, sono andato da mia moglie Francesca e le ho detto: “Sono stanco, non ha senso”. Mi aspettavo che lei mi confortasse e desse ragione. E invece lei mi ha supportato non supportandomi: “E allora trovagli un senso. Vai avanti”. È più facile trovare un senso a una traversata oceanica. È più facile trovare un senso quando stiamo compiendo un’impresa eroica e tutto il mondo ci guarda. Ma la motivazione va trovata ogni giorno, nella quotidianità».

Come motivare gli altri?

«Lo strumento più efficace per convincere qualcuno a portare a termine un’impresa è dirgli che crediamo ce la possa fare. Diceva Winston Churchill: “Il modo migliore per aiutare una persona ad acquisire una virtù è attribuirgliela”. Una ricerca ha dimostrato che elogiare lo sforzo aumenta il rendimento molto più che elogiare le abilità».

La tua prossima impresa?

«Da fine febbraio navigherò i 10 fiumi più inquinati del mondo, quelli che portano nelle acque del mare il 90% della plastica inquinante. Un’impresa prima sociale che sportiva. Poi continuerò a fare il motivatore e il public speaker, per restituire ciò che ho imparato in questi anni».

INFO: https://it.alexbellini.com

Tratto dall’articolo «C’è un campione in ognuno di noi che aspetta di essere svegliato» pubblicato su Millionaire di novembre 2018. Per acquistare l’arretrato scrivi a abbonamenti@ieoinf.it

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