Anche gli imprenditori hanno un’anima

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Uno studio americano sfata l’immagine del “padrone tiranno” e rivaluta l’altra faccia di chi fonda un’azienda

Che cosa hanno in comune un imprenditore, il comandante di un corpo militare speciale e un atleta professionista? Non solo vincere. Secondo un importante studio Usa, ciò che li accomuna sono alcuni tratti specifici della personalità. Mettersi in proprio significa infatti creare un’azienda da zero, in un ambiente ostile dove operano concorrenti agguerriti, finanziariamente più solidi e che difendono le loro quote di mercato a spada tratta. Così un imprenditore presenta tratti della personalità più simili a quelli di un Marine, chiamato ad agire in una terra straniera e nemica, o di uno sportivo, che deve plasmare la sua performance in base al terreno su cui competerà. Fautore di questa tesi è Keith McFarland, ex dirigente di grandi imprese Usa e fondatore dello studio di consulenza aziendale McFarland Strategy Partners di Sandy (Utah, Usa), che ha sottoposto i top manager di 250 start up americane (scelte tra le 500 a più alto indice di crescita selezionate dalla rivista Inc.) al Test of Attentional and Interpersonal Style (Tais).

I risultati del test confermano, infatti, alcuni miti sulla personalità dell’imprenditore e ne sfatano altri, ne scoprono i punti di forza e come questi influiscono sul comportamento. Risultato: il profilo che ne deriva è quello dell’imprenditore in senso lato. Un’immagine lontana da quella del tiranno con i dipendenti, del mastino con clienti e fornitori, dello stressato alla continua ricerca di nuove sfide, sempre impegnato su mille fronti e che agisce con grande rapidità ma poca strategia.

Lo studio di McFarland riabilita la dimensione “umana” dell’imprenditore, che rimane comunque una figura carismatica per le sue idee e i suoi obiettivi e un maestro nel persuadere gli altri. Nelle fasi iniziali di un’azienda, infatti, deve fare un gran lavoro di convincimento di consulenti, affittuari, banche… perché concedano condizioni di favore a un business appena nato. Allo stesso modo, dovrà persuadere i potenziali dipendenti a lasciare un posto di lavoro stabile e ben pagato per dedicarsi a un’impresa nuova, ma ad altissimo potenziale. Spesso ci riesce grazie al dono innato di saper contagiare gli altri con la sua visione ambiziosa delle cose, ma non solo. Gli imprenditori esaminati dal test hanno ottenuto un punteggio superiore dell’82% agli altri gruppi per quanto riguarda la loro abilità nell’esprimere appoggio e incoraggiamento ai loro collaboratori, piazzandosi secondi solo alla categoria dei venditori top.

In altre parole, gli imprenditori che hanno successo grazie alla loro capacità di stringere relazioni interpersonali basate sull’emotività e aiutando collaboratori, impiegati, soci, investitori, fornitori ad avere successo a loro volta.

Un altro mito sfatato dallo studio di McFarland riguarda la propensione al rischio: contrariamente a ciò che si crede, non tutti gli intervistati hanno rivelato di godere nel gettarsi allo sbaraglio, e la maggior parte di loro sa controllare e attenuare i rischi, esattamente come gli atleti e i commando. Quello che li distingue è come rispondono alle situazioni avverse. Gli imprenditori in proprio, che senza dubbio brillano per l’elevata fiducia in se stessi e per la loro determinazione, si collocano sull’83° percentile della scala delle “prestazioni sotto pressione”, punteggio superiore del 45% a quello dei dirigenti assunti. Ciò significa che, in circostanze critiche, maggiori sono le probabilità quanto maggiore è lo sforzo per superarle. E’ innegabile (e il test lo conferma) che, di fronte alle difficoltà, il manager in proprio è disposto a fare qualsiasi sacrificio per realizzare il suo obiettivo.

Un campo in cui eccellono ed evidenziano punteggi più elevati di ogni gruppo, compresi i campioni sportivi e l’élite militari, è la velocità di apprendimento e la capacità di gestire contemporaneamente un insieme di mansioni diverse. Questa caratteristica li porta a essere dei grandi accentratori, poco disposti a cedere il controllo, e alimenta un altro stereotipo: gli imprenditori di successo sono rapidi nel prendere decisioni e nell’agire, ma non sono ferrati nel pensare strategico a lungo termine. Il test definisce tre “stili di attenzione”. Ci sono i «consapevoli», quelli che valutano persone e situazioni e rispondono sulla spinta dell’intuizione; gli uomini «d’analisi», che vedono il mondo come una serie di problemi da risolvere e tendono a pensare strategicamente; infine le persone «d’azione», che si concentrano sul fare le cose. Penserete che i manager in proprio appartengano al 100% a quest’ultima categoria, e invece no. Hanno totalizzato un +92% sulla capacità di analizzare i problemi e generare idee risolutive rispetto alla popolazione in generale, e quasi il 25% in più degli altri quadri direttivi sulla dimensione di consapevolezza, oltre che un +84% nella velocità del processo decisionale. Dunque: non solo sono rapidi nell’agire, ma anche abili in strategia e ben coscienti di ciò che li circonda. E’ da segnalare però che le donne imprenditrici tendono a prendere in considerazione il mondo intorno più degli uomini e quindi si piazzano ai primi posti nello stile “di consapevolezza”.

Ma attenzione, avverte McFarland: tutti questi punti di forza, come la capacità di rendere sotto pressione, la propensione al rischio e al controllo, il rapporto emotivo con i collaboratori, che sono validi nella fase di start up, possono ritorcersi contro quando l’azienda si assesta. Gli imprenditori usciti dalla fase di avviamento devono cambiare il loro stile manageriale e passare dal “vincere a tutti i costi”, a un più strategico “vincere dove conta”. Il che significa stabilizzarsi e concentrarsi su quel 20% di attività che fornisce l’80% dei risultati.

3 regole per non fallire sotto stress

A volte, gli imprenditori costretti ad agire sotto pressione confidano talmente tanto in se stessi, che finiscono per abbassare la guardia e mancare l’obiettivo. Secondo Keith McFarland, il fallimento si può evitare con tre semplici regole:

1) Non abusare delle proprie forze. Bisogna sempre tenere presente che è più facile cadere in errore quando si abusa delle proprie forze, che non a causa delle proprie debolezze.

2) Non adagiarsi. Più la pressione aumenta, più si tende a contare sulle proprie forze: ma non sempre queste sono le più adeguate per affrontare una data circostanza.

3) Valutare le situazioni. E’ importante conoscere i propri punti di forza e valutare in quali situazioni possono essere controproducenti. Per esempio: un manager con la tendenza a essere accentratore, veloce nel prendere le decisioni e competitivo a livello intellettuale, difficilmente è bravo nel reclutare validi collaboratori e svilupparne il talento.

Cristina Galullo, Millionaire 2/2006

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