Assaliamo le barricate

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Mago delle acrobazie, ha inventato il parkour. Che dalla Francia è sbarcato in tutto il mondo. Laurent Piemontesi oggi vive in Italia e insegna a saltare. «Non sono un pazzo. Chi salta gli ostacoli, sfida se stesso. Nello sport come nella vita»

Ha iniziato adolescente negli anni 80, nelle banlieue parigine. Il parkour non aveva ancora un nome, ma già allora insegnava a sublimare rabbia e dolore. Laurent Piemontesi c’era e credeva in quello sport con tutto se stesso. Negli anni 90 ha partecipato alla creazione di un gruppo, gli Yamakasi, che è diventata un’équipe di professionisti, tra atletica e spettacolo, che gira il mondo per diffondere il parkour o l’arte dello spostamento, art du déplacement.

Perché il parkour è nato proprio a Parigi?

«Un professore di Scienze sociali, in Danimarca, ha osservato che i francesi ce l’hanno nella cultura, nel sangue, l’assalto alle barricate. Ma io penso che muoversi sia nella natura dell’uomo di qualsiasi nazio-nalità. I membri del mio gruppo arrivano dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa e dall’Oceania. L’allenamento duro non è solo quello sportivo, è porsi degli obiettivi nella vita quotidiana, allenarsi per raggiungerli. Questa spinta a superare gli ostacoli c’è in tutti gli sport. Gli ostacoli che si superano nell’allenamento sono una metafora di quelli che si superano nella vita. L’obiettivo è raggiungere forza, non solo fisica, ma anche mentale».

Come hai iniziato?

«Per gioco, che verso i 18 anni si è fatto serio. Eravamo un decina di ragazzi, abbia-mo cominciato a cercare risposte sulla vita e metodi tecnici per il nostro allenamento: leggevamo libri, cercavamo consigli di sportivi per gli esercizi. La ribellione, la disarmonia con l’esistenza che avevamo attorno e la disillusione trovavano nel par-kour un modo di esprimersi. L’allenamento ci dava la sensazione di essere liberi, la rabbia si sfogava. Ognuno di noi aveva una sua ricerca personale da portare avanti e ognuno di noi poi ha preso la sua strada…».

Come hai fatto a scegliere questo sport come disciplina di vita?

«Non ci ho pensato. Ho sentito istintivamente che era la strada giusta per me. Quello che sapevo era che lo sport è il mio modo di vivere. Tutto quello che è venuto dopo è stata un’evoluzione normale delle mie scelte: Las Vegas, i film, allenare la gente».

Dalle periferie parigine a Las Vegas?

«Era il 1999, fummo scritturati per lo spettacolo Notre-Dame de Paris. Un’esperienza bellissima. Per me fu anche l’occasione per imparare l’inglese, con una full immersion di quattro mesi. E di scoprire che la nostra disciplina poteva trasferirsi nel mondo dello spettacolo. Girammo documentari per la televisione, i media parlarono di noi. Così ci conobbero e ci contattarono due grosse società di produzione, per girare dei film».

Cosa ti ha dato il parkour? E quali benifici dà a chi lo pratica?

«La fiducia in me stesso. L’ho verificato su di me e sui ragazzi che ho allenato. Ce ne sono alcuni che hanno avuto vantaggi anche negli studi: all’università, grazie al parkour, hanno imparato a incanalare la loro energia, a piegarsi a una disciplina, a perseverare nell’allenamento in condizioni difficili, tra molti disagi. Si ricicla l’energia cattiva, si sfoga qualcosa di negativo e lo si trasforma in qualcosa di positivo».

Il parkour è una disciplina per giovani?

«No. Può essere praticato a ogni età. A 50 anni possiamo dare il meglio, con le risorse e le energie che abbiamo ora. Ogni età ha i suoi ritmi di allenamento e le sue necessità, ogni indidviduo le sue capacità. L’importante è svegliare i muscoli e non fare niente di stupido. Ogni performance va preparata gradualmente, passo dopo passo. Poi, quando si è pronti, si pratica ovunque. I limiti sono quelli che ci poniamo noi, spesso blocchi emotivi e timidezza».

Dove insegni parkour?

«Sono stato allenatore per il Cirque du Soleil. In Francia, nel 2008 l’Accademia dell’art du déplacement ha ottenuto un riconoscimento ufficiale. Oggi vivo a Milano e tengo corsi in palestra o all’aperto in parchi pubblici o in cortili. Nozioni, tecniche e principi rischiavano di rimanere limitati a noi e a pochi atleti. Con una preparazione adeguata invece, grazie al no-stro insegnamento, c’è sempre più gente che ha capito la nostra filosofia, la disciplina. E sarà in grado di trasmetterla».

Come’è la sua giornata tipo?

«Mi alleno otto ore al giorno. Nella pausa di mezzogiorno, leggo e scrivo. Ho terminato da poco il mio primo romanzo, Le anime selvagge. Parlo della vita che avremmo avuto se la nostra disciplina non ci avesse sostenuto e indirizzato. Il protagonista è un ragazzo che cerca di crescere in questo mondo. E si rivolge ai tanti giovani, tra i 20 e i 25 anni, che si sentono persi, non sanno scegliere. Sto cercando un editore».

Si può vivere di parkour?

«Sì, ma è difficile. L’insegnamento, per cui si riceve una paga oraria, non basta. Bisogna fare esibizioni, partecipare a spettacoli. Non ci sono tariffe, per gli eventi. Più aumentano il rischio e il pericolo, più si viene pagati. Una performance di 10-15 minuti, più la preparazione, può fruttare circa 1.000 euro».

L’arte del combattente

L’arte dello spostamento, art du déplacement, in francese si chiama anche parkour. È l’arte del combattente, che trova la strada migliore per spostarsi da un punto a un altro, superando ostacoli di ogni tipo grazie alla sua preparazione atletica, i suoi riflessi, il suo equilibrio e la sua determinazione. Dalla Francia il parkour ha invaso l’Europa e contagiato l’America. Per molti è uno sport estremo, un po’ folle. Per chi lo pratica, invece, è una disciplina rigososa. «Ci vuole metodo e disciplina. Bisogna allenarsi molto

sugli ostacoli più bassi, per imparare la tecnica, calibrare l’energia e l’altezza del salto. Una volta ho tentato un saut de chat (salto del gatto, in corsa, si fa con piedi e mani) senza un buon allenamento e un’adeguata perlustrazione del muro. Mi sono fatto male. Ho ancora le cicatrici che mi ricordano che devo sempre allenarmi» dice Piemontesi.

In Italia, c’è un portale che dà spazio alla community dei traceur italiani.

Su www.parkour.it informazioni su corsi, eventi, news e tutorial con tecniche di allenamento. E decine di link a siti di associazioni italiane ed estere di appassionati e praticanti del parkour.

Si pratica ovunque

Il parkour si pratica ovunque ci siano ostacoli. Ma è bene imparare in un ambiente dove l’impatto con il suolo sia meno traumatico. Il parquet di una palestra è perfetto. Piemontesi insegna presso lo spazio Formainarte di Milano, in via E. Villoresi 26, sui Navigli. Qui l’atleta ha anche progettato una serie di attrezzi e pedane per la pratica e il naga ring, una specie di ring, componibile, con una base in legno e barre parallele di varie altezze, ideali per gli allenamenti dei traceur. I corsi di Parkour sono settimanali, le lezioni durano un’ora e mezzo l’una. Il costo è 400 euro per tutto l’anno. I lettori di Millionaire che si iscriveranno a novembre avranno uno sconto promozionale del 50% sulla quota. INFO: www.formainarte.com

Silvia Messa Millionaire 11/2010

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