Bob Sinclar, dj superstar

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Non c’è club al mondo che non desideri averlo in console. Viaggia su un aereo privato, guadagna come un calciatore, è un sex symbol. «Ma quando ho iniziato nessuno mi voleva», racconta Bob Sinclar

Christophe Le Friant, questo il suo vero nome, lunghi capelli castani, una giacca stile “ufficiale della cavalleria”, ci aspetta all’Hotel Bulgari di Milano. È uno dei dj più famosi e quotati del mondo. Con Love Generation, tormentone dell’estate 2006, ha venduto più di due milioni di dischi.

Come si diventa Bob Sinclar?

«Quando ho iniziato, nei primi anni ’90, i dj erano resident, cioè lavoravano per un solo locale. Mettevano la musica, facevano animazione. Oppure erano produttori, come succedeva negli Stati Uniti. Ho creato un personaggio intorno al mio nome. Sono imprenditore di me stesso. Produco, mixo, scrivo pezzi».

Come hai iniziato?

«Non avevo un’idea precisa di quello che avrei fatto. Mi piacevano moltissimo l’hip hop, il rap, il jazz e tutta la musica nera. Mi appassionava ricreare i suoni, “campionare” le musiche del passato (cioè prenderne dei pezzi, ndr) e mescolarle con le voci di cantanti ai quali chiedevo di interpretare piccoli pezzi acustici. Il mio sogno era diventare dj, ma nessuno mi conosceva. Così ho pensato che l’unico modo per cominciare fosse quello di produrre i dischi per gli altri».

Insomma, ti sei messo in proprio…

«Sì, anche se molto “artigianalmente”. Avevo 23 anni e vivevo ancora con mia madre. Il mio studio era la mia cameretta. Ho prodotto i primi 33 giri per i dj francesi: Kid Loco, Dimitri from Paris, Cassius. Vendevo al massimo duemila, tremila copie a disco. Ma per me era già una grande soddisfazione: qualcuno comprava la mia musica! Facevo tutto da solo: contabilità, spedizioni, contatti con i distributori. Per mantenermi, suonavo nei club di Parigi a 50 euro a serata. Per cinque anni ho guadagnato pochissimo. Ma lo avrei fatto anche gratis».

Quando hai svoltato?

«Nel 1998, quando ho fatto nascere il “personaggio” Bob Sinclar: è stata questa la mia grande invenzione. Avevo deciso di cominciare a espormi, ma non volevo bruciarmi. Così ho pensato che il prossimo disco sarebbe stato costruito intorno a una specie di alter ego, una superstar degli anni 70. Il nome l’ho preso da un personaggio del film Le Magnifique, Bob Saint-Clair, interpretato da Jean-Paul Belmondo. È così che è nato il disco Paradise, che ha venduto 400mila copie. È stato a quel punto che le agenzie hanno cominciato a chiamarmi per le serate. Per la prima volta mi pagavano: 800 euro per fare il dj due ore. Non mi sembrava vero: era quanto i miei amici guadagnavano in un mese».

Come è nata Love Generation?

«Era il 2005, avevo pubblicato altri due album, ma la musica elettronica stava tornando di moda, e io non sapevo se il mio successo sarebbe durato a lungo. Avevo scritto delle melodie, e sono andato a New York alla ricerca di un cantante. Non avevo trovato nessuno e stavo quasi per tornare a casa, quando mi si presenta in studio un giamaicano (Gary Pine, membro di The Wailers, il gruppo formato da Bob Marley). Mi ha chiesto se poteva provare il pezzo. In quei cinque minuti la mia vita è cambiata: ho scoperto che la musica da discoteca poteva essere qualcosa da ascoltare, non solo da “sentire”. Così è nata Love Generation».

E per te è stata una rivoluzione…

«Sì. Love Generation ha venduto solo come singolo più di un milione e mezzo di copie. Utilizzato moltissimo dai dj, è diventato la sigla dei Mondiali di calcio 2006».

Qual è il futuro del mercato discografico?

«Non c’è più business nel vendere i dischi, perché tutti scaricano la musica gratis. Ma allo stesso tempo Internet è una grande finestra sul mondo, perché ci fa conoscere. Noi dj dobbiamo concentrarci sulle serate, è lì che si genera il business. La cosa strana è che i giovani sono disposti a pagare 60 euro per vederci in un club ma non sono disposti a pagarne uno solo per comprare un disco».

Cos’è il denaro per te?

«Un mezzo, non un fine. Non lo uso per possedere le cose, ma per fare quello che mi piace. Non ho un castello, ma una casa a Parigi. Faccio tre settimane di vacanza l’anno. E molto di quello che guadagno lo reinvesto nel mio lavoro. Sono il produttore di me stesso, soltanto per realizzare un video occorrono 100mila euro».

Com’è la vita di un dj superstar?

«Quando sono a Parigi lavoro 12 ore al giorno. Faccio tutto da solo, controllo ogni parte del mio lavoro, dalla musica ai video alle foto delle copertine. Poi ci sono le serate».

Come si regge a questi ritmi?

«Conducendo una vita sana. Non bevo, non fumo, non mi drogo. Sono uno sportivo, gioco a tennis da quando ero ragazzo, faccio jogging quando posso. E la cosa di cui sono più orgoglioso è che molti genitori mi considerano un punto di riferimento positivo per i loro figli».

Cosa consiglieresti a un giovane che volesse seguire la tua strada?

«Primo: imparare a conoscere la musica, tutti i generi musicali. Non soltanto l’electro, ma anche la musica del passato. Internet ha reso la fruizione della musica molto più veloce, usa e getta. Invece bisogna costruirsi una propria collezione. Soltanto conoscendo il passato si può costruire il futuro. Oggi tutti vogliono fare i dj, di conseguenza è ancora più importante costruirsi una personalità musicale. Secondo: essere umili. Non avere fretta di avere tutto e subito. Accontentarsi di guadagnare anche poco per una serata».

 

Da un estratto dell’articolo di Tiziana Tripepi pubblicato su Millionaire di luglio 2010.

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