Devo tutto alla Sicilia di mio padre

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Voce e stile inconfondibili, carmen consoli ama la sua terra. lì ha avviato uno studio di registrazione. Per scoprire nuovi talenti

Dalla tua Catania – e dalla Sicilia in genere – arrivano buona musica e tanta cultura. Come lo spieghi?

«Se da una parte il disagio causa malcontento, dall’altra ha sempre generato arte di tutti i tipi. Dal Sud del mondo sono nati il blues, la musica brasiliana… La Sicilia ha sempre reagito con la creatività, la sua risorsa intellettuale che dà voce alla voglia di riscatto. Soprattutto nel teatro, nella letteratura, grazie ad autori come Verga, Pirandello, Buttitta, Sciascia, Bufalino… L’arte è una valvola di sfogo. Poi ci sono le condizioni geografiche, che stimolano passioni e slanci. E Catania si trova tra il vulcano e il mare, tra il fuoco e l’acqua».

Ma tu non sei soltanto siciliana…

«Sono figlia del Sud e del Nord. Mia mamma è veneta, mi ha insegnato la nobiltà di ogni lavoro, se affrontato con disciplina e rispetto. Mio padre, che è scomparso recentemente, viveva di poesia, scriveva canzoni, si commuoveva coi poeti antichi. I miei genitori sono nati in regioni così lontane e diverse. Dal loro l’incontro-scontro, dalla loro complementarietà è nato il mio modo di affrontare la vita».

È di tuo padre la definizione “il complesso di Carmen”?

«Sì. Si riferiva al fatto che non mi fermo mai. Voglio acquisire sempre nuova conoscenza, mi annoio a ripetere le stesse cose, non ho attitudine contemplativa. Forse dovrei abbandonare un po’ di indole triveneta per abbracciare quella della Trinacria».

Ti manca la Sicilia?

«Giovanni Verga sosteneva che più il siciliano si stacca dallo scoglio e più perde forza. Quando mi allontano dalla Sicilia, lo “scoglio” me lo porto appresso: i miei musicisti, i collaboratori. Siamo una famiglia itinerante. Mi lasciano fare la cummannera, comandare un po’, insomma… Mi viziano, mi trattano da principessa, sono molto cavalieri».

Elettra, secondo La Repubblica, è tra i 10 dischi più belli del decennio…

«Forse piace l’umanità delle mie storie. Cerco di descrivere l’universo femminile attraverso i personaggi e le vite di provincia.  Le mie canzoni  sono contenitori di valori e di simboli».

Sei anche imprenditrice: hai fondato una casa di produzione e un’etichetta…

«Puntiamo sulla musica italiana con quella qualità che si paga con il tempo, senza bruciare l’artista dopo le prime esperienze, senza pretendere tutto e subito. Una scommessa a lungo termine, un lavoro certosino, difficile. Una sfida che parte dal Sud, un Sud che risente dei vizi del mercato discografico, così come dei problemi di ogni ambito economico. Per questo puntiamo all’indipendenza dalle major».

Dove lavorate?

«Il nostro studio di registrazione si trova alle pendici dell’Etna, in un ameno paesino. Un luogo ideale per il tipo di ispirazione musicale che cerchiamo, in una posizione molto meditativa, dove riusciamo a far esprimere bene gli artisti. Per arredare lo studio ci siamo affidati a materie prime locali, come la pietra lavica, per le pareti, che offrono un riverbero molto naturale,  e alle strumentazioni vintage totalmente analogiche, che ci permettono di ottenere un prodotto sonoro molto caldo, intenso, poco digitale. Stiamo lanciando nuovi nuovi artisti».

Come riconosci un giovane su cui investire?

«Mi lascio guidare dall’istinto. Ma non sono sola: c’è diversa gente che ha buon orecchio e che mi affianca nelle scelte».

Che consigli daresti a chi vuole vivere di musica?

«Se uno ha davvero deciso di scegliere questa difficile attività, è bene che ci creda, fino in fondo, con impegno e passione. Gli consiglierei di avere dei modelli. Non significa copiare qualcuno, ma lasciarsi ispirare dalle cose migliori che un artista che stimi sa trasmettere. Nelle cose grandi, come nei particolari. Io ho sempre confessato di amare l’eleganza di Mina e di Ornella Vanoni. Quando ho scritto Parole di burro ho pensato che se l’avesse cantata Mina sarebbe stata meravigliosa. E quando penso all’abito per un concerto teatrale ho in mente l’insegnamento di Ornella: ci vuole sempre un po’ di trucco e un filo di tacco».

Qual è il tuo rapporto con i soldi?

«Sono abbastanza distaccata dal denaro, anche se sono consapevole dell’importanza che ha nel permetterti di raggiungere determinati obiettivi. Nell’ambito della mia attività e nelle mie produzioni, fortunatamente sono circondata da ottimi collaboratori che integrano le mie lacune in tal senso. E lascio fare molto volentieri».

Ti definiscono cantantessa: ti senti mai “etichettata”? Come reagisci alle critiche?

«Le ascolto e ne faccio tesoro, quando sento che sono sincere. Quando invece ritengo che siano gratuite e volutamente cattive, mi faccio forza per non lasciarmi ferire».

Identikit

Carmen Carla Consoli, 35 anni, è nata a Catania. Muove i primi passi negli Iris Monday, fa parte dei Moon Dog’s Party, poi va a Roma, dove Michele Santoro la sente e la invita ad un tributo a Mia Martini. È l’occasione per farsi notare dal mondo discografico. Con il primo Sanremo, nel 1996, canta Un amore di plastica e lancia l’album Due parole. L’anno dopo Confusa e felice, 120mila copie vendute, riceve il disco di platino e il Premio italiano della Musica come rivelazione dell’anno. Nel 1998 completa il terzo album: Mediamente isterica. Nel 2000, Stato di necessità, quarto album. Riceve due Italian Musica Awards, due Pim e il Nastro d’argento come miglior canzone da film grazie a “L’ultimo bacio”. Il Corriere della sera lo indica tra i migliori 10 dischi italiani del decennio. Nel 2002 esce L’eccezione, doppio disco di platino. Altro Pim.

Alberto Zeppieri, Millionaire 4/2010

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