Esperienze che ti cambiano la vita

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Siamo andati alla ricerca di storie forti e di emozioni che lasciano il segno. Abbiamo trovato manager avventurieri, filosofe prestate all’impresa, pokeristi per amore. E abbiamo scoperto che chi esce dagli schemi trova delle opportunità

«Sono andato a Fang Valley, al confine tra Thailandia e Birmania, nell’agosto 2010, e ci sono rimasto per quattro settimane, tre delle quali come novizio». Eliano Fiore, professore di Italiano alla Takasaki University of Economics a Tokyo, è uno dei 200 ospiti che dal 2008 a oggi hanno partecipato al programma Monk for a Month, che permette a chiunque lo desideri di vivere dalle due alle quattro settimane in un monastero buddista.

Cosa l’ha spinta a trascorrere un mese da monaco buddista?

«All’inizio credevo di essere andato lì per sfuggire alla vita caotica di Tokyo, ma mi è bastato poco per scoprire che non era quella la motivazione più profonda. A spingermi era la necessità di trovare qualcosa che non riuscivo a definire. Ho trovato la serenità che cercavo grazie alla meditazione, che fornisce una guida su come vedere con chiarezza quanto avviene nella nostra anima. Ma soprattutto ho trovato tanta umanità».

Come si svolgono le giornate?

«Al ritmo lento e fluido del tempo, scandito dal gong del tempio. La sveglia intorno alle quattro per la recitazione del sutra mattutino, poi la colazione, lo studio, il pranzo prima di mezzogiorno, che è l’ultimo pasto della giornata. Poi ancora studio, meditazione e sonno ristoratore in attesa del successivo gong. Quattro settimane sono state troppo poche, ma ho imparato a cercare le cose in me stesso e non più all’esterno. E ad accettarmi così come sono, nel bene e nel male, senza remore né riserve».

È cambiata la sua vita?

«Sì. Sono più sereno. Prima mi facevo coinvolgere in troppe cose, che mi portavano a entrare in circoli viziosi, e il cui solo risultato era lo stress. Ora riesco a trovare il tempo per stare con gli amici e le persone care, per leggere o per un buon film. Insomma ho una vita più normale… anche se il mondo intorno a me continua a ruotare vorticosamente!».

Io, serial traveller

Un manager milanese utilizza i suoi classici 15 giorni di ferie per realizzare viaggi al limite dell’impossibile. «Così sviluppo una capacità di adattamento che mi aiuta anche sul lavoro»

Ha risalito il Rio Negro in Amazzonia in canoa alla ricerca delle tribù di indios più isolate, ha attraversato il deserto del Murzuk in Libia, ha fatto rafting sul Chirichì Viejo a Panama, ha campeggiato tra serpenti velenosi e vedove nere sull’Ayers Rock, la roccia sacra degli aborigeni nel cuore dell’Australia. È una persona normale? Sì. Alberto Di Stefano è un manager di una grande banca italiana che riesce a fare, nei canonici 15 giorni di ferie all’anno, dei viaggi al limite dell’impossibile, tanto da meritarsi l’epiteto (da noi coniato) di serial traveller (viaggiatore seriale). «La passione per i viaggi me l’ha trasmessa mia madre, che non ha mai posto limiti al mio desiderio di libertà e di conoscere nuove culture. Ho iniziato a viaggiare da solo a 12 anni, in una delle classiche vacanze-studio in Inghilterra. Da allora non ho più smesso. Non parto per staccare dalla vita quotidiana o per riposarmi, ma cerco il contatto con le persone. Partecipare alla caccia al bufalo in Tanzania insieme ai guerrieri Masai o trascorrere la notte davanti al fuoco nel deserto libico, comunicando a gesti con le guide che ti parlano solo in arabo, sono esperienze che valgono molto di più di due settimane alle Maldive, dove incontri solo gente come te. Ognuno di questi viaggi si sedimenta ed entra a far parte della tua persona. Sviluppi una capacità relazionale e di adattamento alle situazioni che ti aiuta anche sul lavoro». Di Stefano parte in genere quando gli altri tornano: a settembre, oppure in inverno, evitando il periodo natalizio. «Rinuncio a tutto pur di viaggiare. Riesco a farlo anche con budget molto ridotti. Non uso le agenzie, non dormo in grandi alberghi e prenoto solo il volo. Mi piace arrivare in un posto e cercare lì tutto quello che mi occorre: l’auto, l’autobus, la guida. Se poi sbaglio e invece di arrivare in un luogo arrivo in un altro, non importa. Ciò che ci ricordiamo di un viaggio sono proprio le disavventure».

come si diventa viaggiatori seriali

Quali sono i primi passi da compiere per imparare a viaggiare? Il libro Nuovi turismi, 100 alternative al classico viaggio (Morellini, 14,90 euro) spiega come si fa:

› Compra una cartina del mondo grande abbastanza da poter piantare bandierine colorate in corrispondenza dei posti visitati.

› Pianifica i viaggi e distribuiscili equamente nell’arco della vita.

› Decidi il metodo: per esempio, visita prima quello che sta più vicino poi le rotte più esotiche (o il contrario).

› Non sprecare giorni di ferie, ma accumulane il più possibile per un viaggio lungo.

› Rimpingua sempre il tuo conto in banca.

› Impara la strategia di altri serial traveller sui forum virtualtourist.com e www.travelpod.com

› Sei potenzialmente

un serial traveller? Scarica da www.state.gov la lista dei 194 Stati indipendenti del mondo e conta su quanti hai messo piede. Se superi i 20, sei sulla buona strada.

come ti salvo l’azienda di famiglia

Due donne con la voglia di indipendenza costrette a tornare a casa per sostituire il padre. Diventano protagoniste di storie a lieto fine

Valentina Amato, 40 anni, leccese, titolare del Caffè Letterario di Catanzaro (www.caffeletterariocz.org), nel 1997 studiava Filosofia a Roma e coltivava la sua passione: fare lo chef. «Mio padre, rappresentante di alimentari a Lecce, aveva anche aperto un negozio in franchising, che aveva affidato al mio fratellastro. Il negozio vendeva oggetti usati e piccolo antiquariato in conto vendita. A causa di una cattiva gestione, in pochi mesi aveva accumulato 100 milioni (di lire) di debiti. Una mattina mio padre mi telefona e mi chiede se posso aiutarlo a ripianarli. Mio malgrado ho deciso di tornare a Lecce per sistemare la situazione. E mi sono ritrovata a parlare con tutti i creditori e a convincerli a uno a uno ad avere un po’ di pazienza. Ho trovato nuovi clienti e dalle vendite delle loro cose ho iniziato a pagare i vecchi clienti. Ci sono voluti mesi, ma ce l’ho fatta. E ho continuato a occuparmi del negozio per anni. Due anni fa ho conosciuto il mio compagno, che è di Catanzaro, e ho deciso di lasciare Lecce. A 38 anni ho iniziato a fare quello che davvero desideravo, ho aperto il Caffè Letterario. Senza quell’esperienza sarei rimasta un’aspirante filosofa. Lì ho trovato il coraggio di buttarmi in una nuova avventura imprenditoriale». Da Catanzaro a Piacenza. Un’altra storia che ha come protagonista un padre e una figlia. Graziella Capellini, 48 anni, oggi è dirigente in un grande gruppo bancario. «Mio padre aveva un’azienda di mobili in stile a Piacenza. Era un uomo che si è fatto da solo e che ha sempre dato tutto al lavoro. Ma anche un tipo autoritario: voleva farmi lavorare in azienda subito dopo il diploma. Io invece volevo studiare Economia ed essere indipendente. Mi sono iscritta all’Università Bocconi di Milano. Ero all’ultimo anno di università quando, una notte di novembre, mio padre è morto in un incidente stradale. A quei tempi avevamo 150 dipendenti e molti debiti. Dovevo tornare a casa e salvare l’azienda. Ho lavorato sodo per tre anni. Ho fatto un concordato preventivo con le banche, ho elaborato un piano di rientro. Ho risanato l’azienda, ­l’ho venduta e mi sono laureata. Questa esperienza mi ha insegnato a contare solo su me stessa. E a guardare al lavoro come a uno strumento per realizzarmi nella vita».

dietro un problema c’è sempre un’opportunità

«La vita ogni tanto ha bisogno di spingerci, è come una pianta che va travasata. Con le nostre piante in casa non abbiamo dubbi: sappiamo che se non le togliamo da vasi troppo piccoli non riceveranno più il nutrimento per crescere. Lo stesso dovremmo fare con la vita, che ci toglie da vecchie relazioni e vecchi lavori solo per farci crescere» consiglia la coach Lucia Giovannini.

Tiziana Tripepi, Millionaire 7-8/2011

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