Filippo, l’italiano che ha inventato il frumento della savana (per sfamare milioni di persone)

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Da Modena a Rabat, in Marocco, per studiare nuove varietà di grano duro e nutrire milioni di persone che vivono nelle aree più aride del Pianeta, sfidando la siccità e le alte temperature. Filippo Bassi, 35 anni, è l’italiano a capo del programma internazionale di breeding (miglioramento genetico) del frumento all’Icarda (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas). Nel 2017 il suo progetto ha vinto il Premio Olam per l’innovazione nella sicurezza alimentare e 50mila euro. «Vivo in Marocco da cinque anni. Dopo studi in Italia, Australia e Stati Uniti, ho avuto diverse proposte. L’Icarda è stata una scelta di passione, opportunità e carriera. Sono stato assunto come ricercatore associato e presto sarò Senior. Seguo diversi progetti con una quarantina di persone per selezionare varietà superiori a quelle esistenti. ll nostro programma è finanziato dal Consiglio di Ricerca svedese».

Come nasce il progetto?

«Sembrava impossibile coltivare il frumento lungo il fiume Senegal, dove ci sono 20 gradi in più rispetto alla temperatura ottimale per la coltivazione. Abbiamo iniziato con una ricerca in laboratorio. Solo due varietà sono risultate resistenti su 10.000 tentativi. 9.998 sono fallite. Il risultato è stato significativo, non solo perché le piante resistono a 35-40 gradi, ma perché la coltivazione è precoce. Bastano 92 giorni, dalla semina al raccolto, rispetto ai consueti 170. Questo permette di inserirsi tra due cicli di riso, la cui coltivazione richiede più acqua. Non si tratta di modificare la dieta, ma di creare nuovo cibo».

A che punto è la ricerca?

«Nella prima fase abbiamo identificato le varietà superiori che al momento sono coltivate da tre agricoltori in Mauritania, che ricavano tre tonnellate di grano per ettaro. Adesso dobbiamo passare dal campo sperimentale ai terreni agricoli. Puntiamo a una resa di quattro tonnellate per ettaro e al coinvolgimento di 50 agricoltori nei prossimi due anni, di tutti entro sei-otto anni. I vantaggi riguardano la sicurezza alimentare (più cibo) e la riduzione della povertà (più soldi). Inoltre queste varietà offrono una risposta al cambiamento climatico, che porterà all’innalzamento delle temperature anche in altre regioni».

Difficoltà?

«In fase di ricerca si sbaglia molto. Mi sono ritrovato da solo in Senegal e Mauritania, cercando di convincere la gente del posto a coltivare il frumento. Ci ho provato più volte prima di conquistare la loro fiducia. Il momento più emozionante invece è stato nel 2015. Sono tornato a visitare un agricoltore mauritano che coltivava il grano da più di un anno. Mi ha abbracciato, baciato, perché, grazie alla vendita del frumento, era riuscito a mandare il figlio a scuola…».

Torneresti in Italia?

«Qui mi sono inserito bene. Sono innamorato di quello che faccio. Mia moglie è marocchina. Certo, l’Italia manca sempre».

Hai realizzato i tuoi sogni?

«Da bambino sognavo di fare l’archeologo. Poi mi sono iscritto in biotecnologie agrarie. Mi sono appassionato alla genetica delle piante, ho scoperto le mie capacità. Non sono stato solo in laboratorio, ho passato tante estati in fattoria. L’agricoltura è bellissima. E l’Italia ha un grande potenziale».

INFO: www.icarda.org

 

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