Fratelli & vincenti

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Trionfano sui campi e al cinema, nello sport e nella vita. Sono i fratelli d’oro dello sport: i Bergamasco nel rugby, i Molinari nel golf. E i due pugili del film The Fighter

In alcuni casi, il talento è di famiglia. Ma a far fare il salto di qualità è soprattutto la vicinanza, la sintonia, lo spirito di squadra che parte già dall’ambiente familiare. Perché l’unione fa la forza. I fratelli (anzi, fratellastri) sportivi di cui si parla di più in questi giorni sono due pugili americani: Micky Ward e Dickie Eklund. La loro vicenda dimostra una grande verità: fratelli si nasce, amici si diventa. Ed è proprio l’amicizia che consente a entrambi di dare una svolta alla propria vita. Salvare uno dal baratro e portare l’altro in trionfo. Questa storia vera è raccontata nel film The Fighter, protagonista alla cerimonia degli Oscar 2011 e amato da milioni di spettatori nel mondo.

Uno è Dickie Eklund, nato nel 1957, è campione dei pesi welter e noto come “L’orgoglio di Lowell” (cittadina del Massachusetts). L’altro è Micky Ward, soprannonimato “Irish” in virtù delle sue origini irlandesi, nato nel 1965, (http://officialmickyward.com).

Sono fratellastri (hanno in comune la madre), entrambi di Lowell, entrambi pugili. Le loro carriere, ma soprattutto le loro vicende umane, si sono intrecciate e influenzate in modo fondamentale.

Il primo che comincia a combattere è Dickie. La sua carriera dura 10 anni, dal 1975 al 1985, con un bilancio di 19 vittorie (di cui quattro per knockout) e 10 sconfitte. Il combattimento più importante è contro Sugar Ray Leonard, a Boston. Dickie resta in piedi, ma alla fine perde ai punti. La sua carriera si conclude precocemente, a causa della dipendenza da droga e alcol. Non solo, l’ex pugile entra in una spirale che lo porta anche a commettere gravi reati e a essere arrestato.

Laddove la parabola del primo sembra terminare, ecco che inizia quella dell’altro. Proprio nel 1985, quando Dickie lascia il ring, inizia la carriera da professionista del fratellastro Micky. Gli inizi sono brillanti, poi il giovane pugile imbocca una fase calante. Nel 1990, dopo quattro sconfitte, decide di lasciare la boxe.

Passano gli anni, Micky lavora come operaio e riesce così a finanziare un’operazione alla mano, complice del brusco stop della sua carriera. Intanto, Dickie esce finalmente dalla galera, dove era entrato per possesso di droghe. E convince il fratellastro a tornare sul ring. Come ci riesce? Promettendogli il suo sostegno come trainer. Lui ha commesso peccati dovuti al carattere, ma ha talento da vendere. O almeno da prestare, al fratello. E così Micky si lascia convincere. Il ritorno di “Irish” sul ring è subito baciato dal successo, anzi da ben nove successi consecutivi. Seguono anni di soddisfazioni, anche in Europa. Nel 2001 la rivista specializzata The Ring incorona una vittoria di Ward miglior match dell’anno. Ma il punto più alto della carriera di Ward è rappresentato dalla “trilogia” di incontri contro il pugile Arturo Gatti, tra i più spettacolari e combattuti della boxe moderna (Ward ne vinse uno, ma anche negli altri due casi diede filo da torcere al rivale) . Emblematico il commento di Gatti: «Mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe successo se avessi combattutto contro il mio gemello. Ora lo so». Dickie segue suo fratello come trainer fino al ritiro del giugno 2003, proprio dopo il terzo match contro Gatti. «La vita è fatta di alti e bassi» ha sintetizzato Micky. Di certo avere un fratello accanto permette di prolungare i primi e smussare i secondi. Oggi Dickie fa il personal trainer e il coach di boxe nel New England e ha tre figli. Micky vive ancora a Lowell, dove gestisce una palestra e un campo di hockey. I due fratelli sono però spesso in giro per il mondo per interventi e discorsi motivazionali, specie nelle scuole. Per condividere il loro esempio di fratelli. Ma soprattutto di amici.

Dalla loro storia è nato un film

La pellicola inizialmente doveva essere diretta dal regista Darren Aronofsky, che nel 2008 diresse The Wrestler. Dopo il suo abbandono, la regia del film venne affidata a David O. Russell. Christian Bale, l’attore che interpreta il ruolo di Dickie, per calarsi meglio nel ruolo di ex tossico ha perso un terzo del suo peso. «È stato molto stressante, ma era necessario per essere credibile: non l’ho fatto per masochismo». Somiglianze fra lui e Dickie? «Nessuna, men che meno la loquacità. Ma vestire i suoi panni farebbe diventare estroverso chiunque. Era spesso sul set: ama la gente, il contatto fisico, non la smette mai di parlare: è travolgente!». Non meno impegnativa la preparazione che ha portato Mark Wahlberg a interpretare il protagonista, il campione del mondo “Irish” Micky Ward. In un’intervista rilasciata a Collider.com ha raccontato: «Mi sono allenato segretamente. Mi alzavo tre ore prima e andavo in palestra. Portavo con me dei personal trainer a ogni produzione, evento e viaggio che facevo. Ero ossessionato. Volevo diventare un bravo pugile e mostrare il miglior realismo possibile. Micky Ward è un amico e volevo essere sicuro che fosse soddisfatto del mio lavoro».

Per l’allenamento dei due protagonisti, la produzione si è affidata al pugile filippino Manny Pacquiao.

Il film ha totalizzato ben sette nomination agli Oscar (assegnati quando il giornale è in stampa): film, regia, attore non protagonista, attrici non protagoniste, sceneggiatura originale e montaggio. Niente male per un film girato in appena 33 giorni a Lowell, nel Massachusetts, dove i due fratelli sono tuttora considerati eroi.

«siamo rivali, restiamo fratelli»

Mauro e Mirco Bergamasco, padovani, sono le nuove bandiere del rugby azzurro. Hanno appena raccontato la loro vita nel libro Andare avanti guardando indietro (Ponte alle grazie, 14 euro).

«Nostro padre era rugbista e noi siamo nati col pallone da ovale in mano. Lui ci ha portato subito sui campi, ma senza imporci nulla. Abbiamo provato anche altre discipline, ma era il rugby che ci entusiasmava» dice Mauro. «Essere fratelli non è mai stato un ostacolo né un aspetto negativo. Qualche volta ha aumentato l’agonismo e quindi i livelli delle prestazioni di ognuno di noi. Giocare insieme è fantastico: è importante conoscere bene i compagni di squadra e quale compagno puoi conoscere meglio di un fratello? Essere nella stessa squadra è un privilegio e una fonte di orgoglio. Giocare contro, come è già successo e capita quest’anno, mette un po’ di pepe nel rapporto, ma va bene così: siamo avversari, ma restiamo fratelli. Siamo entrambi perseveranti, ma lui è più istintivo, io più riflessivo. E poi giochiamo in ruoli diversi: il rugby dà la possibilità a chi ha fisici e attitudini diverse di esprimersi al meglio sul campo. La nostra vicinanza ci ha aiutato negli alti e bassi, inevitabili, della carriera. Nel 2008 ho subito una lunga squalifica (13 settimane, ndr) e Mirco mi è stato vicino. A volte non serve tanto: basta uno sguardo, una mano sulla spalla, sapere che l’altro c’è. Noi siamo orgogliosi l’uno dell’altro. Ognuno ha qualcosa in più dell’altro e questo ci tiene in equilibrio. Insieme abbiamo anche scritto due libri. Raccontiamo che il nostro sport assomiglia alla vita, anzi aiuta a vivere meglio. Insegna a convivere, collaborare, rispettare gli altri e le regole».

info: www.mbergamasco.it

«simili in tutto, ma non sul campo»

Edoardo e Francesco Molinari, golfisti torinesi, hanno vinto la Coppa del Mondo di golf nel 2009: è la prima volta che se l’aggiudica una coppia di italiani

Francesco, 28 anni, ha vinto l’Open Italia nel 2006 (primo italiano da 26 anni). Edoardo, 30 anni, ha conquistato i più grandi trofei prima da amatore e poi da professionista: «Abbiamo cominciato a giocare fin da piccoli, tutti e due. Il golf è di casa, ma le nostre famiglie non ci hanno mai spinto, ci hanno lasciati liberi di fare quello che ci piaceva. Le nostre carriere sono andate avanti in parallelo. Francesco, anche se più giovane, è diventato professionista prima. Entrambi ci siamo anche laureati. A un certo punto, i nostri percorsi si sono ricongiunti. Essere fratelli ci ha sempre aiutato, specie considerato che passiamo tanto tempo lontano da casa. Ci consigliamo sempre, sul campo e nella vita di ogni giorno. Siamo simili in tutto. Fuori dal campo, conduciamo una vita tranquilla, non andiamo in discoteca, non usciamo la sera, frequentiamo gli amici di sempre. Sul campo, invece, siamo un po’ diversi: io sono più estroverso, Francesco fa trasparire meno le sue emozioni. La rivalità non sappiamo neanche che cosa sia. Giocando insieme sin da piccoli, abbiamo capito subito che non potevamo vincere entrambi. Mai una gelosia. Ogni tanto ci prendiamo un po’ in giro, ma finisce lì. Il nostro obiettivo? Continuare a giocare ad alto livello per un’altra decina di anni. Adesso siamo entrambi fra i primi 20 golfisti del mondo. Il sogno è arrivare fra i primi 10».

Lucia Ingrosso, Millionaire 3/2011

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